giovedì 12 gennaio 2017

Messico, 1995 le comunità indigene decidono di costituire la Polizia Comunitaria (visto che lo Stato diventa lui stesso criminale può essere necessario)




Per questo il popolo si è organizzato, ha nominato questa polizia che lavora per il popolo, senza ricevere uno stipendio. 
La delinquenza è finita. 
Viviamo e viaggiamo più tranquilli. 
Adesso nessuno ci aggredisce.
Gelasio Barrera fondatore della Polizia Comunitaria della Montagna e Costa Chica di Guerrero



stralcio da un
......Nel 1995, nella regione più povera del Messico, le comunità indigene decidono di costituire la Polizia Comunitaria.
“Nella prima metà degli anni novanta, la regione della Costa Chica e Montagna ha assistito ad un aumento vertiginoso di fatti delittuosii: assalti lungo le grandi vie di comunicazione, omicidi, violenza carnale. E nessuno faceva assolutamente niente. I signorotti locali e la polizia, al contrario, ridevano di noi e ci accusavano. Stanchi di questa situazione, un giorno abbiamo deciso di riunirci per trovare una soluzione. La soluzione che abbiamo trovato è stata la creazione della nostra polizia, la Polizia Comunitaria”.
Chi parla lo sa bene. Gelasio Barrera Quintero, primo comandante della sua comunita, è stato, assieme a Francisco Oropeza e Bruno Placido Valerio, il fondatore di questo progetto. La quasi totalità delle strade della regione erano di terra e poco frequentate, le autorità locali corrotte e razziste. Erano le condizioni ideali perché si realizzassero abusi e violenze.
“In passato, prima di tutto questo, le comunita avevano fermato qualche malvivente. Ma non serviva a niente. Ci mettevamo più tempo noi a consegnarlo alle autorità competenti che loro a rilasciarlo. Pagando cauzione e corrompendo l’ufficiale in turno, i delinquenti che consegnavamo uscivano e ritornavano alle comunita con sete di vendetta. Era peggio”. Il 15 ottobre del 1995, nel municipio di San Luis Acatlan, 38 comunità indigene si riuniscono e decidono la costituzione della Polizia Comunitaria. Questa doveva proteggere le vie di comunicazione, le risorse naturali e, naturalmente, garantire la sicurezza all’interno delle comunità. Ma durò poco.
Come Polizia Comunitaria, le comunità decisero di attuare come coadiuvante delle autorità stabilite. Il problema ritornò a presentarsi. Le autorità corrotte rilasciavano i fermati e non applicavano le leggi. Quando questa situazione diventò intollerabile, le comunità decisero, nel 1998, la costituzione del Coordinamento Ragionale di Autorità Comunitarie, il CRAC. Attraverso questo, le comunità indigene, si erano fornite del proprio strumento di giustizia. “Abbiamo un regolamento interno, ma chi comanda sono le assemblee di ogni comunità. Quando fermiamo qualcuno, lo consegnamo al CRAC e questo, assieme all’assemblea della comunità d’origine del fermato, decide la rieducazione”.
Bruno Placido Valerio, fondatore del progetto e attuale segretario di Pubblica Sicurezza di San Luis Acatlan, non parla di delinquenti, ma di “mancanti”. Non parla di castigo o pena, ma di “rieducazione”. Al meticcio della grande città costa un po’ di sforzo capire questo punto di vista. “Tutti possiamo sbagliarci. Incluso nel modo più crudele. Le ragioni perché una persona si metta a rubare sono da ricercare nelle condizioni economiche. Allo stesso modo, se fermiamo uno stupratore, la prima cosa che facciamo è indagare la famiglia. […].
La rieducazione prevede un periodo di lavori comunitari. Il detenuto è protetto dalla comunità, che gli offre un luogo dove dormire, gli dà da mangiare e gli dà il tempo perchè possa aver cura di sè. Inoltre, ogni comunità si occupa di realizzare riunioni con il detenuto per aiutarlo a ritrovare la strada per integrarsi alla comunità. In tutto questo non compaiono mai i soldi: non vi sono cauzioni e corruzioni. Gli stessi funzionari della Polizia Comunitaria, non percepiscono un soldo. Tutto gira attorno alla fajina, il servizio che ciascun membro della comunità deve dare alla stessa”.
Il grado di coscienza che dimostrano questi indigeni è sorprendente. E’ il frutto di un lungo cammino fatto di riunioni e sperimenti. Ne parla Mario Ocampo, sacerdote della zona. “Abbiamo capito che ci spetta la decisione rispetto il nostro fututo. Abbiamo capito che quando la gente si fa protagonista diventa soggetto e responsabile del prorpio futuro e della propria storia. Quando comprendiamo che le cause dei nostri problemi non sono fuori da noi, non è colpa di Dio, ma sono da cercare tra di noi, all’interno delle nostre comunità, non vi è problema che non si possa risolvere”.
Ma se il progetto è così sviluppato ed efficiente, il governo costituzionale non dice niente? Possibile che il governo lasci fare?
Abbiamo sofferto repressione, conferma Bruno Palacios, soprattutto dal governo dello Stato. Ci mandano provocatori, ci hanno arrestato accusandoci di privazione illegale della libertà. Poi hanno cercato di corromperci o ci hanno offerto posti nel governo statale.
Che relazione avete quindi stabilito con le autorità costituzionali?
Noi parliamo con tutti. Il processo non vuole conflittuare con le autorità. Di ogni cosa che facciamo redattiamo un verbale e lo facciamo avere al governo statale e federale. E anche all’esercito federale. Ma non pensar male. Noi lo facciamo perché non ci vogliamo nascondere, ma i rapporti sono spigolosi.
Non temete che mostrandovi, dando i vostri nomi, vi possano più facilmente attaccare?
E’ già successo, come ti ho detto. Ma non abbiamo alcun timore, perchè sappiamo di star facendo la cosa giusta.
Chiedete il riconoscimento da parte delle autorità?
Per tanti anni questo era il nostro obbiettivo. Che ci riconoscessero come tali. Ma non ci daranno mai il loro riconoscimento. Quindi preferiamo dedicarci a esercitare la nostra autonomia. Ora chiediamo rispetto, perchè la nostra autorità forse non è legale, per loro, ma è leggitimata da più di cento comunità di ben sei municipi della regione.
Nonostante l’articolo 39 della Costituzione Politica messicana, nonostante il Convegno 169 della Organizzazione Internazionale del Lavoro, che riconoscono l’autodeterminazione della popolazione indigena, i membri del CRAC sanno benissimo che il governo non accetterà mai il loro lavoro.
La Commissaria federale per le Popolazioni Indigene, Xochitl Galvez, ha più volte dichiarato l’illegalità della Polizia Comunitaria. Ma mentre questo accade, nella regione più povera del Messico, gli indici delittuosi sono fra i più bassi di tutto il paese. E i pochi delinquenti che vi si trovano non sono dimenticati in qualche cella, ma reintegrati alla comunità. Nella capitale, invece corruzione e violenza sono all’ordine del giorno.
Il presidente Fox elogia il proprio lavoro, mentre sotto i suoi palazzi gli striscioni e i cartelli invocano la pena di morte per i delinquenti.

venerdì 6 gennaio 2017

BUON ANNO - Vico è di nuovo passato di là





Soldati presidiano le fosse comuni con i corpi di vittime indiane a Wounded Knee



Dopo lo stupido stupore mediatico di fronte alla vittoria di Trump alle elezioni americane, un semi silenzio torbido è calato sul palcoscenico dello Stato più canaglia del mondo (come se un qualunque Stato potesse essere altro che una canagliata mafiosa più o meno patologica).
Hanno forse messo il silenziatore all’angoscia per non disturbare il trasloco di Obama, ora che sta finendo la sua messa in scena di Zio Tom per lasciare il posto allo zio d’America.
Non che gli americani siano di per sé peggio degli altri pseudo umani che abitano la terra. È soltanto il fatto che sono abilitati a consumare più di tutti, che hanno una storia di imperialismo passabilmente riuscito e che sono gli adepti, ignoranti del passato e del futuro come pochi, di una modernità capitalistica rivendicata fieramente e ottusamente.
Il loro Carpe diem industriale, tecnologico e consumista si propone ed è d’esempio e d’anticipazione per tutti gli alienati del mondo in via d’estinzione, un’estinzione altamente democratica poiché riguarda ormai, in prospettiva, tutta la specie umana.
Evviva il progresso e la civiltà dunque, ma a quale prezzo?
Un genocidio di dimensioni tali che lo sbandierato olocausto nazista di triste memoria e di ancor più triste oblio, fa figura di un allenamento della barbarie: poche centinaia di anni fa, nell’arco di un secolo circa, il 95% della popolazione americana
95%!
autoctona è stata eliminata permettendo agli emigranti integralisti, protestanti e cattolici, d’invadere un continente dalla popolazione piuttosto animista ma ancora fortemente organica, saccheggiandone cinicamente gli antichi abitanti e l’ambiente. Altro che qualche barcone nel Mediterraneo!
Certo, sgozzare non era la loro specialità preferita (a ognuno la mostruosità che preferisce e soprattutto a cui la sua alienazione lo spinge). Bruciavano, impiccavano, attaccavano proditoriamente villaggi inermi incuranti di donne e bambini e scalpavano l’odiato nemico, insegnando tale pratica anche agli indigeni addomesticati e/o confusi che si sottomettevano alla loro guerra santa. Erano dei fanatici talmente pericolosi da affermare che Dio stava dalla loro parte per cui si inventavano guerre di civiltà contro presunti selvaggi perché non abbastanza vestiti, infedeli e miscredenti. Non avendo ancora a disposizione enormi camion da sparare sulla folla, donavano cristianamente coperte al vaiolo alle tribù indigene che disturbavano il treno della loro civiltà quanto e più dei bisonti.
Come per tutti i frustrati dal carattere fascista, quel che li disturbava più di tutto, comunque, era la vita e il suo godimento laico, cosicché hanno costruito il mondo com’è anziché come potrebbe essere. Presto toccherà a Trump gestirne le rovine, rinnovando i corsi e i ricorsi di una storia umana confiscata dal Leviatano produttivista e dalla sua fase terminale capitalista.
Trump è un vero macho e poiché il suo amore per il femminile è della stessa pasta della poesia erotica di Hitler, si appresta a trattare anche la natura come una strega per dominarla ciecamente come una donna umiliata, pronto a imporle la legge del profitto anche a disprezzo della vita umana. Un disprezzo non molto diverso da quello dei nazisti per gli ebrei e altri reietti.  L’alienazione è la stessa in tutte le lingue: Gott mit uns, Allah akbar, God on our side, Dio è con noi.

un processo alle streghe di Salem


Nella sua torre d’avorio, di cemento e di petrolio, Trump sta già lavorando per il bene del mondo e dal momento che i burocrati alla Molotov non gli mancano tra banchieri, generali e Ku Klux Klan –, sta affinando, un’ottantina di anni dopo, un patto MolotovRibbentrop con l’attuale dittatore del Cremlino.
Chi sopravvivrà vedrà, ma ci si può cominciare a chiedere: a quando la resistenza umana contro assassini, sfruttatori e fanatici di tutte le risme? A quando la diffusione pacifica e la federazione combattiva di gruppi di affinità per rioccupare la vita e dimostrare che un altro mondo è possibile e NOI ne prendiamo la strada?

Buon anno, Sergio Ghirardi

mercoledì 4 gennaio 2017

a proposito della scarsa utilità dei mass-media

 

Orson Welles - Quarto Potere 1941
 
 Che cos’è la libertà di pensare senza la libertà di vivere? 
Un «parla, parla pure» al servizio di tutto e di nulla.
Raoul Vaneigem, 12 janvier 2015
 
La questione che emerge di questi tempi a proposito della scarsa affidabilità dei media, secondo me sta tutta nella differente maniera di guadagnare dall'informazione, nella sostanziale modificazione del prodotto a seguito dell'avvento della tv e poi anche di internet.
Una volta i giornali si producevano e vendevano localmente e i ricavi dovevano coprire i costi per pagare i giornalisti, le enormi macchine da stampa, i tipografi etc etc. fino all'ultimo strillone.
Giornale e pane quotidiani. Erano due cose che ci facevano uscire per strada, nutrimenti essenziali della mente e della pancia.
Poi ciascuno leggeva le pagine che preferiva, alcuni anche solo i necrologi o gli annunci economici... il quotidiano era il mondo che entrava in casa tua, nelle tue tasche, e sceglievi come, se e quando leggerlo; le vendite per il solo Corriere della Sera erano attorno alle cinquecentomila copie giornaliere negli anni '50.
Moltissimi in edicola ogni mattina, per svariati motivi, acquistavano più testate e anche vari settimanali, senza dimenticare le edizioni pomeridiane dei quotidiani!
Insomma se si aggiunge che da un certo momento in poi anche le inserzioni pubblicitarie creavano gigantesche entrate era un business importante in sé, qualcosa di materiale, le notizie stampate erano il prodotto ben riconoscibile che si poteva acquistare.
 
Con l'avvento della televisione qualcosa di fondamentale è mutato: infatti "l'impaginazione" del tele-giornale è dettata da due necessità particolari del settore: la prima cosa da dire è che lo spettatore singolo non ha il potere di modificarla, al massimo può saltare da un canale all'altro con il telecomando, la seconda è che il tempo del telegiornale è fissato nel palinsesto complessivo e dunque tendenzialmente dilata e propone le notizie a seconda del numero di notizie di quel giorno (questa cosa è vera anche per i quotidiani in parte ma molto più contenuta perché se non altro la versione stampata comportava il fatidico momento della chiusura del giornale). In ogni caso il tempo scandito dal palinsesto non comporta molta scelta per i giornalisti; sempre più costoro sono spinti e incoraggiati a dare le notizie che meglio garantiscono l'ascolto e specialmente il "riascolto" ovvero la diffusione della copia della notizia che vale come merce per quanto e come riesce a invadere anche gli altri media e in che dimensioni coivolge anche le testate online in cui non è più la notizia il prodotto ma la sua capacità di creare contatti.
 
Ne deriva che il prodotto vendibile non sono più le notizie e la qualità del racconto che ne sappia fare il giornalista, oppure la capacità di raccogliere opinioni differenti e interessanti: ciò che si vende sono i contatti, il loro numero, i flussi e le statistiche perché ad essi si può  ricondurre una convenienza per chi li acquista come potenziale pubblico del marketing. Così più c'è gossip, più ci sono introiti e sempre meno contano le notizie, anzi fa anche ridere che il governo parli di vietare le "bufale" allorché nessuno più verifica nulla, mancando del tutto la convenienza di farlo per i media che traggono guadagno da tutt'altro, anzi proprio dalla stessa frenetica rincorsa tra affermazioni apocalittiche, smentite, denunce di querele, scambi di insulti e tutto quello che ormai sappiamo di trovare allorché ci avventuriamo alla ricerca dei FATTI.
E' sufficiente essere stati testimoni anche una sola volta di un qualunque avvenimento reale per poter poi valutare la sua trasformazione quando lo si sente raccontare in TV o nei giornali.
C'è chi è convinto che il male sia nel fatto che i giornali ricevono sovvenzioni statali, cosa sempre disdicevole, ma non è solo questo il punto.
Oggi da anni si assiste anche al fenomeno, di per sé inquietante, in cui l'azionariato dei media mainstream è interessato all'acquisto delle proprietà dei giornali più per conoscere in anteprima ed eventualmente censurare le notizie (in tutto o in parte, scegliendo quali cose non dire o dire senza dar loro importanza e quali cose invece commentare e ripetere fino alla nausea) per di più componendo un coro uniforme e tendenzialmente filogovernativo (del governo di turno non importa quale). Essere del club degli azionisti comporta frequentazioni di potere che non hanno alcuna attinenza con i dividendi sperabili (il Sole 24 ore perde milioni da anni).
A dimostrazione che il pubblico oggi si è così intossicato di gossip che non riesce nemmeno a considerare interessanti le informazioni senza filtro e i fatti nudi e crudi che sarebbero vitali per scegliersi una vita.
Ogni articolo  su internet e ancora più sui social diventa occasione per una moltitudine di lettori di trasformarsi in autori, senza accorgersi che i loro commenti sono l'unica cosa che ha valore commerciale, il loro numero, non certo il contenuto che infatti è una sorta di flusso di insulti intercalati da professioni di fede o da elogi sperticati. 
Napalm 51 - Crozza 2016
I social hanno funzionato e continuano a funzionare come perfette armi di distrazione di massa intercettando anche coloro che stanchi della noiosissima contemplazione televisiva si sono provati a utilizzarli come spazio pubblico e libera agorà. 
Strano come in presenza di un potenziale tecnologico immenso dato da internet, non si stia ancora raggiungendo un'autonomia informativa orizzontale sufficiente, come si è tentato con forme quali indymedia e altre, rimaste relegate a settori ristretti.
Purtroppo ogni  centro di produzione di cosiddetta informazione (blog più o meno famosi), ben lungi da creare una rete orizzontale e autonoma sfrutta solo i proprio contatti, che infatti si trasformano facilmente anche in pacchetti di voti, guadagnando, anche in questo caso, più in temini di potere che in termini direttamente mercantili.
Attenzione che il fenomeno della sovrapposizione tra uso informativo e strumentalizzazione a fini partitici di internet è cosa grave che abbiamo già sotto gli occhi.
Se il popolo non vuole essere un gregge da condurre a cliccare sì o no per la propria macellazione, non deve mai farsi massa! 
Il popolo libero è il contrario della massa, è una federazione di Pari, una Rete di intelligenze che è forte della forza dei singoli segmenti che compongono un disegno largo quanto la distanza libera che sanno tenere aperta tra loro, componendo appunto uno spazio Pubblico.
Insomma siamo parecchio inguaiati però il potenziale della Rete esiste ancora, si tratta di riprendere in carico tutto: i fatti, con verifica delle fonti e la capacità di giudizio. 
gc

martedì 3 gennaio 2017

Auguri per il 2017 e anche per poi


 
 
 
Auguri per il 2017 e anche per poi, qui o altrove con le parole di una bella persona

Vi auguro di poter avere il coraggio di essere soli e l'ardimento di stare insieme, perché non serve a niente un dente senza bocca, o un dito senza mano.
Vi auguro di poter essere disubbidienti ogni qualvolta ricevete ordini che umiliano la vostra coscienza o violano il vostro buon senso.
Vi auguro di poter meritare che vi chiamino pazzi, come sono chiamati pazzi tutti coloro che si rifiutano di dimenticare ai tempi dell'amnesia obbligatoria.
Vi auguro di poter essere così cocciuti da continuare a credere, contro ogni evidenza, che vale la pena di essere uomini e donne.
Vi auguro di poter essere capaci di continuare a camminare per i cammini del vento, nonostante le cadute e i tradimenti e le sconfitte, perché la storia continua, dopo di noi, e quando lei dice addio, sta dicendo: arrivederci.
Vi auguro di poter mantenere viva la certezza che è possibile essere compatrioti e contemporanei di tutti coloro che vivono animati dalla volontà di giustizia e dalla volontà di bellezza, ovunque nascano e ovunque vivano, perché le cartine dell'anima e del tempo non hanno frontiere
 
 (Eduardo Galeano)

sabato 17 dicembre 2016

Shuntaro Hida



 Un dottore ultranovantenne, un hibakusha [che in giapponese significa un ‘sopravvissuto alla bomba’], continua a urlare al mondo i pericoli e la barbarie della bomba atomica. Il suo nome è Shuntaro Hida.
Il primo agosto 1944, un anno prima del bombardamento, il Dottor Hida fu assegnato all’ospedale militare di Hiroshima come medico. Ha assistito all’impatto della bomba a meno di sei chilometri dall’epicentro, e da allora ha visto tutto quello che un medico specializzato nel trattamento delle vittime della bomba può vedere con i suoi occhi. Il Dott. Hida conosce bene gli effetti della bomba—non solo dalla prospettiva di chi era lì, ma anche dalla prospettiva di un medico militare specializzato. Non vi sorprenderà dunque che nel tempo quasi 6.000 pazienti affetti da disturbi legati alle radiazioni si siano rivolti a lui per una consulenza.
Cosa è successo allora quel giorno a Hiroshima? VICE ha parlato con il Dott. Hida, che di quell’esperienza ricorda ogni dettaglio.
VICE: Come riuscì a sfuggire all’impatto diretto della bomba, anche se si trovava a Hiroshima?
Dr. Hida:
La notte prima del 6 agosto stavo dormendo sul mio futon, quando qualcuno all’improvviso mi svegliò. Era un vecchio che veniva dal villaggio di Hesaka, a qualche miglio da Hiroshima. La sua nipotina aveva una disfunzione della valvola cardiaca e spesso aveva degli attacchi, per cui mi recavo regolarmente al villaggio a darle un’occhiata. Quella notte ne aveva avuto un altro, allora montai sulla bici del vecchio, e mi feci portare sul posto. Mi allontanai da Hiroshima giusto in tempo per sfuggire all’impatto diretto. Sono stato esposto alle radiazioni, ma da una distanza di circa cinque chilometri e mezzo dall’epicentro.

Ma lei vide il momento in cui la bomba colpì la città?
Sì. Credo di essere tra i pochi che lo videro con i propri occhi e poi ebbero la possibilità di scrivere la propria esperienza, perché la maggior parte degli abitanti di Hiroshima è rimasta uccisa nell’istante stesso in cui ha visto quel fulmine di luce accecante. Ti spiego come andò. Passai la notte in casa del vecchio a tenere d’occhio la bambina. La mattina dopo decisi di darle un sedativo prima di andare via, perché se si svegliava piangendo rischiava di avere un altro attacco. Presi una piccola siringa dalla tasca, e la sollevai davanti a me, premendo in modo da far uscire un po’ di liquido. In quel momento vidi un aereo che sorvolava Hiroshima, proprio di fronte a me.

Doveva essere Enola Gay. Ci racconti quello che vide quando la bomba colpì Hiroshima.
La prima cosa che vidi fu la luce. Era così intensa che sono rimasto accecato per un attimo. In quello stesso momento sono stato travolto da un calore molto forte. La bomba aveva rilasciato un’onda termica di 4.000 gradi nel momento in cui aveva colpito il suolo. Io entrai nel panico, mi coprii gli occhi, e rimasi accucciato per terra. Non si sentiva nulla, lo stormire degli alberi si era fermato. Sentii qualcosa muoversi, allora guardai prudentemente fuori dalla finestra, nella direzione da cui era venuta la luce. Il cielo era azzurro, e non c’erano nuvole, ma c’era un anello rosso di fuoco su nel cielo, sopra la città! Nel mezzo dell’anello c’era una grossa palla bianca che continuava a crescere come la nuvola di una tempesta—era perfettamente rotonda. Diventava sempre più grande, finché non raggiunse l’anello, e allora esplose tutto, formando un’unica grande palla di fuoco. Era come vedere nascere un nuovo sole. Da piccolo avevo visto l’eruzione del vulcano Asama da vicino, ma questo era molto più forte. Le nuvole erano bianche, ma brillavano come arcobaleni mentre si sollevavano nel cielo. Era davvero bello. Lo chiamano ‘fungo atomico’, ma in realtà è come una colonna di fuoco: la parte inferiore della colonna è in fiamme e la parte superiore è la palla di fuoco, che si tramuta in una nuvola mentre continua a salire nel cielo. Poi, da sotto la colonna di fuoco, cominciarono a diffondersi orizzontalmente delle nuvole nere come pece, fin sopra le montagne che circondavano Hiroshima. Erano nuvole di sabbia e polvere che venivano spinte su dalla pressione generata dall’impatto. Venivano verso di noi come una marea. Noi eravamo su una collina, accanto a noi c’era una rupe, ma la nuvola di polvere ci fu subito sopra. Prima che me ne rendessi conto la casa del vecchio fu inghiottita e schiacciata dall’onda. Fortunatamente il tetto di paglia fece da cuscino, e salvò me e la bambina. Allora mi resi conto che era successo qualcosa di terribile, e corsi all’ospedale di Hiroshima con la bicicletta del vecchio.

Il Dottor Hida nel 1942.

Quale fu il primo caso di vittima della bomba atomica che vide?
Incontrai la prima vittima a metà strada. Questa cosa nera venne fuori da dietro un angolo di strada, barcollando maldestramente. Non avevo idea di cosa fosse. Ho rallentato e mi sono avvicinato lentamente, e gradualmente mi sono accorto che era una persona. Cercai di guardarlo in faccia, ma non ce l’aveva. C’erano solo delle grosse palle al posto degli occhi, un buco aperto in corrispondenza del naso, e le labbra erano così gonfie che occupavano metà della faccia. Era una cosa mostruosa. E aveva questa cosa nera che sembrava una manica strappata, e così all’inizio pensai che indossasse degli stracci. Mi chiedevo come tutto questo fosse possibile, quando l’uomo cominciò a venire verso di me. La mia prima reazione fu di arretrare. Ma quella cosa inciampò sulla mia bici e cadde a terra. Essendo un dottore, mi precipitai verso di lui e cercai di sentirgli il polso. Ma tutta la pelle del braccio si era staccata, non sapevo da dove prenderlo. Mi accorsi che la persona non aveva addosso degli stracci, ma era completamente nuda. Quelli che avevo creduto stracci non erano altro che la pelle viva che si era staccata dal corpo e penzolava ancora. Anche la pelle della schiena era bruciata e si staccava, e c’erano decine di piccole schegge di vetro che la punteggiavano. Diede un paio di sussulti, e poi giacque del tutto immobile. Era morto.

È un’immagine davvero scioccante. Si imbattè in altre scene traumatiche?
Sì. In qualche modo riuscii a raggiungere l’ospedale ma c’era un grosso incendio, e non potei ad entrare. Mi misi a pensare al da farsi, e infine decisi che, visto che ero un dottore, e che ero ancora vivo, la cosa migliore da fare era tornare al villaggio. Hesaka era il villaggio più vicino a Hiroshima, per cui tutti gli sfollati sarebbero stati portati lì, e magari sarei riuscito a medicare qualcuno. Ci misi altre tre ore pedalando lungo il fiume, ma alla fine arrivai alla scuola elementare del villaggio. Diedi un’occhiata al cortile. Era pieno di corpi carbonizzati al suolo, come se qualcuno li avesse sparsi. Ci saranno state mille persone. Alla scuola trovai altri tre dottori dell’esercito, e ci mettemmo a pensare a un piano di azione. Ma le vittime erano tutte ustionate in maniera gravissima, e in condizioni critiche. Non c’era molto da fare. Quello che facemmo quella notte fu solo separare i morti dai vivi che giacevano al suolo, e cominciare a portare via i corpi. Mentre mi davo da fare, tutti gli hibakusha mi fissavano. Facevo del mio meglio per evitare di guardarli negli occhi. Ma poi incrociai lo sguardo di un uomo, e mi sentii obbligato ad andare a sentire come stava. Mentre mi avvicinavo lui mi fissava con gli occhi sgranati, uno sguardo orrendo. Le persone che stavano morendo lì non avevano neanche un’idea di cosa fosse successo, e per questo tutti avevano occhi come quelli degli animali. Hai mai visto gli occhi di un maiale quando viene sgozzato? Spaventoso, no? Questa persona mi guardava in quel modo. Me li sogno ancora oggi quegli occhi. Ogni anno, verso il 6 agosto, sogno quegli occhi, tutte le notti. Non voglio vederli mai più, ma loro continuano a comparire. Tanta è stata l’impressione che mi hanno fatto.

Quando ha cominciato a occuparsi degli hibakusha sopravvisuti?
Il terzo giorno dopo la bomba cominciammo ad occuparci di quelli che sembravano avere una possibilità di sopravvivere. Fu lì che scoprimmo gli effetti delle radiazioni. Per prima cosa, alle vittime viene la febbre, più di 40. Era così alta che i termometri si rompevano. Poi, avvicinandoci ai loro volti, notammo che avevano un alito spaventosamente fetido. Era impossibile avvicinarsi. Credo che in termini medici quell’odore sia una combinazione della necrosi e della decomposizione. Se gli esaminavamo la bocca, vedevamo che era completamente nera. I globuli bianchi nei loro corpi erano stati neutralizzati, e per questo i batteri nelle bocche si erano moltiplicati velocemente. E visto che non c’era nulla che le proteggesse, cominciavano a marcire molto prima che in normali casi di infezione, o di formazione di pus. Sentivamo l’odore, un odore che solo quelli che hanno visto le conseguenze della bomba conoscono. Poi cominciammo a riscontrare delle pustole viola sulla pelle non ustionata. In termini medici questo fenomeno si definisce ‘purpura’ e si forma di solito prima che un paziente affetto da una malattia come la leucemia muoia. I pazienti perdevano tutti i capelli, come se gli avessero spazzato la testa con una scopa. Le radiazioni di solito colpiscono le cellule sane, per cui le radici dei capelli sono le prime a morire. I sintomi terminali sono il vomito di sangue, e altre emorragie dagli occhi, dal naso, dall’ano, dai genitali. Le vittime resistono poche ore prima di morire. All’epoca eravamo tutti terrorizzati, perché nessuno sapeva cosa poteva aver causato tutto questo.

Ha detto che anche lei fu esposto alle radiazioni. Ne ha avvertito i sintomi in seguito?
Il sintomo più forte che ho sperimentato è stato un precoce invecchiamento delle ossa. La mia colonna vertebrale è in condizioni penose. Ho avuto problemi alla parte bassa della schiena dopo essere stato esposto alle radiazioni, e ho dovuto subire numerosi interventi chirurgici. Nei momenti peggiori mi sono ritrovato a strisciare a terra per il dolore. Comunque, l’invecchiamento sembra essersi fermato quando ho compiuto 80 anni, e ho cominciato una terapia basata sul camminare su e giù nell’acqua di una piscina. Nell’ultima Giornata della Memoria della Bomba Atomica ho passeggiato per Hiroshima e Nagasaki con il mio bastone. La paura più grossa per tutti gli hibakusha è quella, un giorno o l’altro, di sviluppare il cancro. Non possiamo pianificare le vite come gli altri. Quando ci iscriviamo all’università, quando ci sposiamo, quando abbiamo figli, dobbiamo sempre fare i conti con questa paura. Ci hanno derubato dei nostri diritti di esseri umani. Non è stato violato solo il nostro diritto a vivere come esseri umani, siamo anche stati costretti a vivere con la consapevolezza che un giorno avremmo sviluppato una malattia come risultato diretto dell’esposizione alla bomba. Ma non sappiamo esattamente quando succederà, e fino ad allora vivremo nella paura. Anche se facessimo causa al nostro Paese e ricevessimo dei soldi, non cambierebbe nulla. Qualsiasi somma di denaro non potra mai darmi indietro tutti questi anni di sofferenze.


fonte : http://www.vice.com/it/read/un-vecchio-dottore-giapponese-scampato-alla-bomba-atomica-a4n9



martedì 30 agosto 2016

giovedì 4 agosto 2016

Noterelle sull'autogestione




Uno dei motivi per cui di autogestione, nella ormai lunga storia della sovversione,  molto si è parlato e scritto e molto meno si è fatta materiale esperienza, è che con questo nome, sovente si è cercato di camuffare e infiocchettare quello che, in un momento di bella lucidità, i rivoluzionari hanno smascherato come “comunismo noioso”.
Vale a dire la presa in carico da parte di ciascuno dell’onere di amministrare collettivamente l’amministrazione dell’esistente, convertendosi ciascuno in burocrate e travet dell’economia sociale. A lungo riflettendo sull’allocazione dei beni, sulle priorità della produzione, sulle corvée obbligatorie, sulla perequazione del dare e dell’avere: il tutto con un perenne sorriso sulle labbra, lieti della conquistata libertà di faticare in prima persona, cessando di delegare incombenze così triviali a degli specialisti prezzolati, come accade oggi.
Di fronte a questa prospettiva, ben prima che le circostanze imponessero una verifica materiale, i più si ritraevano all’inglese, in cuor loro augurandosi di non dover mai pervenire a una liberazione di tal fatta; mentre un gruppo meno numeroso ma anch’esso nutrito, si figurava con largo anticipo assiso in un consiglio (più simile a un consiglio di amministrazione che a un consiglio operaio) a distribuire incarichi a destra e a manca, ritagliando per sé un ruolo di “organizzatore permanente”.
D’altronde, piccole anticipazioni di queste due tendenze molti di noi le hanno potute assaporare negli esperimenti comunitari che sono stati tentati da decenni da volenterosi e fiduciosi compagni: da una parte un buon numero di oziosi quasi del tutto passivi, dall’altra un manipolo di stakanovisti dell’organizzazione, alcuni più coerenti (e che finivano per faticare per tutti), altri neppure coerenti (e che stavano seduti a capotavola a decidere per tutti, prima che qualcuno potesse decidere per loro).
La spiegazione è semplice: l’autogestione possibile e desiderabile  (e possibile in quanto desiderabile, perché masochismo e sovversione seguono percorsi inevitabilmente divergenti) è cosa ben diversa: più precisamente non ha alcunché in comune con l’amministrazione e con l’economia. Essa nasce precisamente dall’abolizione definitiva della subordinazione della vita agli imperativi economici e agli obblighi sociali.
In questo senso va chiarito una volta per tutte il concetto, introdotto dai situazionisti, di “autogestione generalizzata”, vale a dire estesa a tutti gli aspetti della vita. Si tratta di una concezione condivisibile, e assai felice, alla sola condizione che si premetta chiaramente che i soggetti dell’autogestione SONO GLI INDIVIDUI, fra loro liberamente, variamente e non necessariamente, associati.
L’autogestione quindi non è una forma di società, nella quale una volta ancora gli esseri umani sarebbero sottomessi alle necessità collettive, con  divisione del lavoro, diffusione di vecchi e nuovi specialisti, gerarchie occulte come inevitabili corollari.
Ma indica proprio ciò che il vocabolo stesso suggerisce: la gestione autonoma da parte di ciascuno dei propri affari, dei quali ognuno sarebbe unico legislatore, esecutore e giudice.
Questa visione, come già suggerito da Vaneigem più di quaranta anni fa, capovolge la funzione spettante alle assemblee: nelle quali le decisioni non si situano a valle, come frutto della discussione collettiva, ma a monte, come presa di posizione che ciascuno porta, se e quando lo ritiene opportuno, porta al cospetto di chi gli è prossimo, per informare delle sue intenzioni, e per proporre a ciascuno di dialettizzarsi, facendo conoscere a propria volta il proprio giudizio e, se del caso, ideando delle collaborazioni, dei miglioramenti, delle aggiunte, delle modifiche.
Si tratta in sostanza di capovolgere (né potrebbe essere altrimenti) il famoso slogan social-nazionale di Kennedy: non chiediamoci che cosa noi  possiamo fare per la comunità, ma chiediamoci invece se  e come la comunità può fare qualcosa per noi: non l’individuo al servizio della comunità ma la comunità al servizio dell’individuo e delle sue passioni.
L’assemblea in tal modo si convertirebbe in una contesa di passioni, tutte parimenti legittime.
Naturalmente una tale concezione presuppone  una comprensione, non solo superficialmente intellettuale, ma profondamente vissuta, della distinzione fra spazio pubblico e ambito privato.
L’uno e l’altro intesi a reciproca salvaguardia.
Perché la riedificazione del mondo e della sua civiltà, sotto forma di rete universale di comuni (che era poi il significato originario di “comunismo”) sarà forse un giorno possibile se si sarà chiarito che “il personale non è politico”, e la vita di ciascuno sarà protetta da ogni forma di ingerenza dei molti e delle loro pretese; questo traguardo potrà essere raggiunto unicamente se avremo compreso come l’idea della comune sia una grande idea politica, ma la comune nella sua esistenza materiale, (in quanto superamento e negazione tanto della famiglia, quanto dell’azienda, dell’atelier), è integralmente inerente all’ambito privato.
Sarà forse inutile farlo, ma, per concludere, vogliamo prudenzialmente precisare che, ad ogni livello, dal momento che la nostra non può che essere, contro la società di massa, la rivoluzione della qualità, è esclusa e inconcepibile qualsiasi conta delle opinioni, qualsiasi divisione delle persone in maggioranza e minoranza, qualsiasi subordinazione della minoranza alla maggioranza, e parallelamente della massa agli specialisti, agli scienziati, ai competenti, ai meritevoli.
Per fare un esempio volutamente casereccio, perché l’autogestione si colloca precisamente a questo livello, se di dieci persone, sei preferiscono la pastasciutta e quattro il risotto,  la soluzione non sarà mai imporre la pastasciutta ai fautori del risotto, e neppure di preparare sei giorni la pastasciutta e quattro il risotto. Ma che gli uni si prepareranno la pastasciutta e gli altri il risotto, al massimo sforzandosi di sedurre con il profumo e le attrattive dei propri piatti gli appartenenti all’altro gruppo.
Infatti, quanto di inevitabilmente meccanicista può sopravvivere in argomentazioni come quelle sopra esposte, non potrebbe che evaporare se tali questioni venissero affrontate con una vivace sensibilità fourierista, fondata su un’attenzione acuta per l’equilibrio e l’armonia nell’azione degli individui, sempre cosciente dell’altrui presenza e sempre intenzionata a non rischiare collisioni con il libero dispiegarsi delle passioni altrui.
In poche parole, l’autogestione è possibile e verosimile alla sola condizione che essa preveda un tale grado di autonomia del singolo, da rendere superflua ogni attenzione alla protezione della propria sfera privata, vissuta come un indiscusso a priori, e consentendo perciò di dedicare tutte le energie alla ricerca di un’efficace piacevolezza e qualità delle relazioni.
Paolo Ranieri 4 agosto 2016