domenica 5 febbraio 2012

Per un mondo di signori senza schiavi





 Posto fisso: le ragioni di Monti
“I giovani devono abituarsi a non avere un posto fisso nella vita. E poi diciamo anche: che monotonia averlo per tutta la vita. È bello cambiare”. Questa frase di Mario Monti ha suscitato polemiche e ironie (è un discorso snob).

È chiaro che il premier tira l’acqua al suo mulino perché il governo deve varare una riforma del lavoro dove il posto fisso e garantito a vita non ci sarà più, però la sua notazione è assolutamente valida dal punto di vista esistenziale e psicologico. Scrive Nietzsche: “Amleto chi lo capisce? Non è il dubbio, ma la certezza che uccide”. I Paesi scandinavi, dove l’esistenza scorre garantita, lineare, prevedibile ‘dalla culla alla tomba’, hanno il più alto tasso di suicidi in Europa, cinque o sei volte superiore al nostro Sud dove sono in parecchi a doversi inventare ogni giorno la vita per far quadrare il pranzo con la cena. La necessità aguzza l’ingegno, la sicurezza lo ottunde.
Quando ero in Pirelli, alla fine degli anni Sessanta, ho assistito alla cerimonia che ogni anno l’azienda organizzava per gli “anziani Pirelli”, impiegati e operai che dopo quarant’anni di servizio andavano in pensione lasciandosi docilmente seppellire anzitempo. Era una cerimonia, nonostante tutti gli sforzi della Pirelli per renderla potabile, o anzi forse anche a causa di questo, di una tristezza senza pari, da film del primo Olmi, quello de Il posto (appunto). Si leggeva su quei volti l’asfissia. Per 40 anni erano stati garantiti, ma per 40 anni avevano vissuto nelle stesse stanze, negli stessi luoghi, visto le stesse facce, fatto gli stessi discorsi. “Una cosa da fare rincretinire un uomo per quanto può rincretinire” dice cinicamente lo stesso Adam Smith che pur è un primigenio fautore del lavoro parcellizzato e della catena di montaggio.
Cambiare quindi è vitale. Ma bisogna avere delle chance di poterlo fare, pur assumendosi qualche rischio. E la società di oggi è molto meno “aperta” di quella di ieri e non solo nel campo del lavoro. Oggi quelle che una volta erano strade e anche autostrade si sono ridotte a stretti viottoli. A mio parere la situazione non è particolarmente drammatica, come si strombazza per i giovani che non trovano il primo lavoro (intanto son giovani, beati loro, mi cambierei all’istante con un ventenne disoccupato), ma per gli uomini di mezz’età che lo perdono. Soprattutto per quelli che appartengono al ceto medio, borghese, intellettuale.
Giorni e nuvole, il bel film di Soldini, racconta la storia di un manager cinquantenne di un’azienda di Genova, troppo morbido, troppo umano. L’azienda va così così e vi entra un socio con meno scrupoli che licenzia il manager e un bel mucchietto di operai. Costoro – siamo a Genova, una città che conserva una tradizione operaia – riusciranno in qualche modo a cavarsela attraverso la rete di solidarietà proletaria. Il manager (Albanese nel film) no. Manda curriculum su curriculum, inutilmente. Nessuno oggi assume un uomo di 50 anni. Perché nella società attuale, con i rapidissimi cambiamenti tecnologici, diventiamo tutti presto obsoleti. Albanese, per sopravvivere, rinuncia allora a qualsiasi ambizione e si mette a far lavoretti d’occasione, si improvvisa tappezziere. Ma non ha il know how, gli manca la manualità necessaria.
Per questo trovo assai interessante l’iniziativa di Edibrico, una casa editrice di giornali di bricolage, che ha sponsorizzato gratuitamente l’insegnamento ai bambini, in varie sedi, di quella manualità che abbiamo quasi tutti perduto. Altro che farli chattare, già a due o tre anni, compulsivamente sull’iPhone. Della manualità, e non solo per sport, avremo presto tutti estremo bisogno. Quella manualità che consentiva all’uomo di Neanderthal di costruirsi empiricamente una stranissima, complicata ma efficacissima lancia (gli serviva per uccidere i mammuth) che oggi nessuna tecnologia sarebbe in grado di riprodurre. L’uomo Sapiens Sapiens deve fare qualche passo indietro.














Commento di Sergio Ghirardi:

L'alienazione che è al cuore dello sfruttamento del tempo di lavoro impedisce sia ai pro che ai contro di cogliere l'essenziale. Per chi come me si è nutrito praticamente fin dall'adolescenza dell'ottimo proposito di non lavorare mai ( o almeno solo quando non se ne può fare a meno, seguendo un principio inderogabile: non posso lavorare, sono troppo occupato) è irritante e divertente nello stesso tempo che a fare i situazionisti da salotto siano dei poveri privilegiati dell'alienazione capitalistica.
Sia Monti che Fini, da salotti diversi e spettacolarmente opposti, difendono lo stesso mondo.
Fini per criticare il colonialismo fa l'apologia del talibano e per criticare il capitalismo critica il lavoro come uno che vive di rendita, come un aristocratico che non concepisce altro come alternativa al lavoro alienato che il ritorno ai signori con gli schiavi. Naturalmente non lo dice chiaramente. A volte sembra quasi pronto a condividere un processo di emancipazione con il suo sdegno patriarcale, ma poi, sempre. si rassicura sognando di tornare indietro anziche inventare un altrove. Il suo lato reazionario è sempre un sorpasso con l'inversione a U. È il nostalgico di un futuro che sogna del passato.
Monti, invece è un cinico come tutti i burocrati che l'analfabetismo imperante ha promosso a decisionisti, tecnici, professori. Monti è un vero specialista e come tutti gli specialisti sa quasi tutto di quasi niente. La critica del lavoro salariato la vede dal punto di vista dello sfruttamento capitalistico. È pagato per questo, ma lo farebbe anche gratis, tra una messa e una conferenza tra economisti.
La società produttivistica e il mostruoso progresso capitalista hanno in Monti un travet milionario che serve il sistema e in Fini un critico non dialettico che non riesce a uscire dal manicheismo. La terza strada, quella della democrazia diretta locale e planetaria in mano a soggetti anonimi e decisi, è ancora solo teorica, ma non più di quanto lo fosse la repubblica in Francia nel 1780.
Chi vivrà ancora un po', ne vedrà delle belle, ne sono convinto.








Ne travaillez jamais!


Commento di Fulvio1964

Gentile dott. Fini,
ogni persona deve aver il diritto di disporre della propria esistenza come meglio crede. Quindi non esiste nessuna giustificazione né filosofica né tantomeno psicologica nel giudicare un individuo in base alle scelte professionali. Non si può essere tutti "imprenditori" ed "accettare il rischio". Soprattutto in un paese come il nostro nel quale le classi più deboli (disabili, anziani) sono letteralmente ignorate, anzi, considerate quasi come una sorta di fastidio. Lei ha lavorato in Pirelli; il sottoscritto, prima di diventare imprenditore (se è opportuno indicare con questo terrmine chi con la consorte gestisce una microattività), ha cambiato spesso lavoro. In base a ciò che ho visto negli anni, chi vive realtà drammatiche quali la malattia o la disabilità di un familiare, oppure l'emigrazione da altri paesi ad esempio, NON PUO' in molti casi accettare la sfida sociale che il Prof. Monti propone. Ci sono inoltre tutti coloro che NON VOGLIONO diventare imprenditori; qualunque sia la ragione alla base di questa scelta, meritano comunque rispetto. E stiamo parlando di MILIONI di cittadini, non di una piccola minoranza!
Chi dirige la cosa pubblica deve avere il buon gusto di evitare di esprimere giudizi di merito sulle scelte personali, soprattutto se questi giudizi attingono a piene mani dal luogo comune. Il Prof. Monti ha ovviamente tutto il diritto di pensare quello che vuole del lavoro dipendente, ma non ha il diritto (come nessuno del resto) di giudicare un cittadino in base al proprio lavoro.
Forse, se l'Italia è un paese triste e se è caduta in questo baratro, è anche responsabilità di una classe intellettuale che troppo spesso al posto di confrontarsi con la realtà, ha preferito trincerarsi nella tranquillità del mondo accademico.


Risposta di Sergio Ghirardi a Fulvio 1964:

Trovo significativo che il suo commento sia tanto apprezzato (ha ricevuto quindici apprezzamenti positivi). Infatti è denso di buon senso, di sensibilità e di correttezza nel restituire al cittadino virtuale una sua dignità di ruolo. Non mi soddisfa però e vorrei provare a dirle il perché per fare avanzare il dialogo. Prima di tutto perché probabilmemte io sono un pessimo esempio di normale cittadinanza. Da tempo mi sento francese in Italia e italiano in Francia e apprezzo moltissimo questa mia condizione privilegiata di straniero ovunque perché credo che la sovranità del popolo sia oggi una trappola per servitori volontari della democrazia rappresentativa. La quale è una democrazia svuotata di contenuti e messa al servizio del sistema di caste che ha preso il posto della lotta di classe nella società dello spettacolo.

Se ho torto, il suo discorso non fa una grinza. Altrimenti la vera questione è che siamo di fronte (non solo in Italia, ma in Italia in modo eclatante per il suo bigottismo atavico) a una rivoluzione culturale bloccata da quasi mezzo secolo a causa di una restaurazione (da piazza Fontana in poi) del vecchio sistema di valori cha stava crollando. In realtà, continua a crollare, ma sono riusciti a chiamarla crisi e pure a convincere le masse a pagarla.
Il lavoro che era diventato una miserabile necessità di chi non aveva nient'altro da vendere sul mercato, è stato risacralizzato soprattutto a causa della sua rarità intrattenuta e gonfiata. Anzichè trasformare equamente la distribuzione della ricchezza, si è furbescamente mitizzato il lavoro.

Quando una fetta minoritaria ma consistente della mia generazione ha potuto danzare con gioia intorno al progetto di non lavorare mai ( non per parassitismo ma per coscienza di un altro mondo possibile fondato sulle libere attività di ciascuno) il ricatto della povertà si era attenuato in nome del consumismo trionfante. Di fronte a quella rivoluzione pacifica e emancipatoria, la penuria (prima di benzina poi di lavoro) è stata immediatamente reintrodotta per contrare questa rivoluzione gaudente che oggi quasi tutti (da destra a sinistra) mistificano e odiano.
I peggiori razzisti anti emigrazione sono spesso gli antichi emigranti (leggi gli italiani). I più biechi sostenitori dell'attività salariata sono i lavoratori sfruttati e i disoccupati che non intravvedono alternative di sopravvivenza.

Io credo si debba smetterla di cercare i colpevoli in una sorta di antipasto di guerra civile tra poveri e cominciare a correggere gli errori. Il nostro errore di base è credere che lo Stato siamo noi. Lo Stato sono loro e la democrazia è incompatibile con la loro democrazia totalitaria. Noi non decideremo nulla della nostra vita finché non capiremo che lo Stato per noi non è nulla e che sta a noi diventare tutto, tutti insieme e ognuno per se. Loro decidono del nostro lavoro, della sua precarietà, della nostra povertà e della loro ricchezza, dei nostri doveri e dei loro privilegi. Loro sono ciò che resta di una classe dominante che domina ormai solo la miseria altrui. Noi siamo i proletari che non riconoscono nemmeno più la loro condizione di schiavi salariati o di disoccupati ma con il telefonino.
Non abbiamo più nulla da perdere se non la nostra alienazione, ma non riusciremo mai a liberarci se non rompiamo l'ipnosi di un superio addomesticato.
I morsi rabbiosi scambiati nei blog tra opinioni diverse sembrano spesso deliri senza radici, mentre sono, in effetti, le beccate disperate tra polli in batteria destinati a essere venduti in pezzi nel supermercato globale.
Ne travaillez jamais - la parola travail deriva da trepalium, uno strumento di tortura - continua testardamente a essere solo l'inizio...