lunedì 9 aprile 2012

QUANDO SENTO LA PAROLA CULTURA TIRO FUORI IL MIO DIPLOMA



La cultura costa
Quindi, se i calcoli sono giusti, 359 mila euro per lauree e diplomi di Renzo Bossi, di Rosi Mauro e del suo fidanzato Piermosca. Ce n’é abbastanza perché il Cepu si costituisca parte civile contro la Lega per concorrenza sleale.
Ma ce n’è anche perché la storia di “The Family”, e quella dei leader celoduristi in lotta contro Roma ladrona (e soprattutto contro la grammatica) diventino un piccolo apologo esemplare.
In mezzo a tanti dettagli grotteschi, infatti, emergono particolari surreali: Manuela Marrone, demiurga della scuola leghista Bosina, che dorme circondata di libri. Per preparare le sue lezioni? No, per impratichirsi di magia e di cartomanzia.  E che dire del leader padano commosso mentre gli raccontano i mirabolanti (e falsi) successi educativi del Trota nelle università del Nord Europa? E cosa pensare del tenero Renzo, quello che secondo il padre aveva dato tre volte la maturità per colpa dei presidenti di commissione “terroni”, costretto a vergognarsi perché non sa cosa rispondere alla domanda che nessun adolescente italiano potrebbe temere: “Dove ti sei diplomato?”.
Nel tempo dell’Italia supercafona, dei tesoretti e delle tangenti, gli analfabeti di (in) successo e i loro tentativi grotteschi di taroccare “il pezzo di carta” a pagamento, fanno pena. Ma ci regalano anche una piccola soddisfazione: la Porsche e la Smart si possono comprare. Il diploma e la cultura no.

Commento di Sergio Ghirardi:


Ai tempi del trionfo mercantile dell'industria subculturale (vedi Adorno, Dialettica dell'illuminismo) appena la subkultura razzista sente la parola cultura invece di tirar fuori la pistola si compra dei diplomi.
Quale esempio più lampante dell'ignoranza diplomata (tanto godibilmente irrisa dai situazionisti in tempi di spettacoli meno beceri ma non meno miserabili) che la smania della sacra famiglia Bossi di inventarsi non una cultura ma dei riconoscimenti culturali spendibili nello spettacolo.
Gli sghei, el dané, il malloppo, la tune, the money, ecco la cultura padana campanilistica in tutto il suo irraggiamento oltre le sacre frontiere bagnate dall'acqua inquinatissima del Po.
Dall'autentico ingegner Castelli a vari dottor Bossi virtuali, passando per il famoso dottore in economia Tremonti è lo stesso sciroppo ideologico che è venduto agli indiani sradicati e bigotti chiusi nelle riserve produttivistiche affinché si spruzzino con  il fetido deodorante di dialoghi e dibattiti politici di verde vestiti.
Che le lauree siano vere, false o presunte è la stessa cultura dell'ignoranza e dell'insensibilità che descrive i problemi sociali non per risolverli ma per renderli redditizi con la tattica del capro espiatorio.
La lega, chi l'ha inventata, chi la vota e chi la critica inserendola nella storia delle dottrine politiche anziché denunciarla come un mostro scaturito dal sonno della ragione e soprattutto della sensibilità, è un prodotto dell'osceno matrimonio mafioso all''italiana tra Stato e mercato nella decadenza del capitalismo planetario.
Non è credibile il giornalista, il sociologo, l'analista politico o qualunque guitto che - per garantirsi nel suo ruolo mercenario di commentatore privilegiato ma umanamente straccione - prenda sul serio i discorsi di questi drogati di normalità, di queste folcloristiche scorie di un oscurantismo italico che unisce i resti romani dell'antico regno pontificio con il colonialismo austroungarico dei mitologici padani da fiera della porchetta.
Un minimo di sensibilità psicanalitica dovrebbe far riflettere sul Bossi giovanile che si inventa una laurea in medicina mentendo persino alle persone più intime e sui suoi pragmatici discendenti e compari che si comprano lauree, aprono scuole gelminiane per lo sviluppo della cartomanzia e cercano disperatamente di comprarsi un'immagine sociale che copra l'angoscioso segreto di sapersi dei falliti dal punto di vista umano.
Qualcuno che può concepire di fingere la già in sé risibile riuscita di una laurea (come se non esistessero tonnellate di laureati idioti e beceri) è marchiato a fuoco dalla sindrome di una mitomania miserabile.
Il vero problema, però, è che se la psicopatologia nazista non ha avuto difficoltà a riunire folle oceaniche dietro al mito di un impotente coi baffi, sembra che neppure il ridicolo del cortigiano nudo che abdica scimiottando ubu re, faccia fuori la sacralità tragicomica di un semianalfabeta e della sua corte di discepoli.
Il grave per l'Italia che sprofonda - ma il problema è internazionale - non è che un certo numero di individui cominci a formulare chiaramente l'ipotesi di una rivolta sociale di fronte alla decomposizione dello Stato e del potere che esso rappresenta, ma che ci siano ancora un numero inconcepibile di schiavi beoti pronti a inneggiare ai simboli putrescenti di una psicologia di massa del fascismo che va ben al di là di tutte le ideologie politiche di una democrazia spettacolare che nessuno osa cogliere nella sua essenza totalitaria di OCLOCRAZIA.
Il più grave ancora, però, è il rischio concreto che questa psicologia di massa del fascismo possa finire per tradursi in un nuovo fascismo politico totalitario che - come ultima ratio del potere in crisi - si proponga ai mazziati come una delirante vendetta assortita dal ritorno vichiano di tragedie dèjà-vu tra olio di ricino e difesa della razza.