venerdì 3 maggio 2013

PER UN MANIFESTO DEL PARTITO PRESO DELLA VITA





Per una Comune d’Europa


Un fantasma si aggira per l’Europa, spaventando schiavi sottomessi, burocrati e specialisti dell’addomesticamento.
Quello di una democrazia reale che pretende d’incarnare subito l’ipotesi di un’autogestione generalizzata della vita quotidiana e che vuole restituire agli schiavi salariati o disoccupati il potere decisionale sulle loro scelte sociali e il libero arbitrio confiscato a ognuno dal totalitarismo spettacolare-mercantile.
La prima denuncia della società dello spettacolo risale a un tempo in cui il movimento operaio alimentava ancora l’illusione che l’emancipazione umana passasse per la riorganizzazione del lavoro produttivo al servizio di una società produttivistica.
Di fronte alla propaganda ideologica di un comunismo autoritario che confiscava ogni ipotesi d’emancipazione, la mascherata liberale di una democrazia fittizia, capillarmente propagandata da Stati, scuole, mass-media e abitudini consolidate, si offriva sul mercato delle ideologie come un business redditizio e come un ricatto cui non ci si poteva sottrarre. Non a caso il mantra della sua definizione più celebre è ancora ripetuto, quasi con un sorriso, come un’innocua battuta arguta, in realtà sferzante sarcasmo assolutamente degno del cinismo di Churchill: “… la democrazia? Il peggiore dei governi, tutti gli altri esclusi”. Intendendo, ovviamente, per “tutti gli altri” unicamente quelli imposti più che proposti dai dominanti a dei dominati sprovvisti di coscienza, di memoria e di parola.
Per secoli, infatti, i tentativi per un governo consiliare, incommensurabilmente migliore di ogni parvenza di democrazia parlamentare (dalla congiura degli uguali alla Comune di Parigi, dalla comunità tedesca di Rosa Luxembourg, Karl Liebknecht e Ben Traven alle comunità libertarie spagnole durante la guerra civile), sono più volte riusciti e sempre sono stati violentemente annichiliti militarmente dal totalitarismo dominante di destra o di sinistra.
Poi, con la sconfitta storica del movimento operaio che ormai solo pochi burocrati opportunisti rispolverano ancora per fregiarsene come di un’odiosa propaganda elettorale auto valorizzatrice, la pillola dell’efferata truffa della democrazia parlamentare è diventata la foglia di fico del despotismo mercantile all’epoca del suo trionfo spettacolare.
Tuttavia, nemmeno questa pentola ha trovato il suo coperchio definitivo e la retorica del governo del popolo sovrano è sempre più a stento ingoiata dai soggetti umiliati delle diverse popolazioni mondiali.
La menzogna non ha più presa a causa dell’estensione della corruzione e dell’evidenza delle ingiustizie sociali che essa comporta e ancor più a causa del crollo dell’intero ecosistema del vivente che il produttivismo minaccia ormai seriamente di distruzione.
Soltanto le masse pavloviane dei servitori volontari educati a ignorare il crollo pur evidente della civiltà del lavoro e del modo di produzione che l’ha portata alla sua fase terminale, continuano a inginocchiarsi dinanzi all’idolo parlamentare di un mondo che crolla, mentre giurano fedeltà elettorale ai suoi cinici sacerdoti, banksters di Stato e di Mercato, galoppini politici al loro servizio e servi massmediatici.
La “crisi” è ormai declamata dappertutto come un prodromo quasi biblico di una possibile apocalisse, ma è raramente denunciata laddove essa si trova veramente: al cuore di un modo di produzione capitalista arrivato allo stadio supremo e infimo della finanziarizzazione e dello sfruttamento.
Una tale fase terminale del modo di produzione dominante diventato planetario era già stata ventilata come molto probabile dalla teoria del proletariato di Marx. Avveratasi, un secolo più tardi, come la profezia dialettica di un dominio reale del capitale, la separazione netta e irreversibile dell’economia reale dall’economia virtuale si è dunque tradotta in un ultimo assalto da parte della teologia economicista alla comunità umana, già erosa da millenni di economia politica.
Siamo ormai al conflitto sociale finale, e nessuna propaganda potrà più cancellare la contraddizione che rende improduttivo, dal punto di vista del capitale, il lavoro materiale mentre rende estremamente semplice e redditizia la circolazione di capitali virtuali in un’economia finanziarizzata.
Come rendere questa catastrofe accettabile in una società educata a sacralizzare il lavoro che non c’è più? In un unico, classico modo: colpevolizzando le vittime per la scomparsa di questo prezioso strumento di tortura e domandando loro di assumersi un debito planetario inesistente insieme alla responsabilità di una crisi che non li riguarda.
Se si è riusciti per millenni a far credere alla favola di un onnipotente dio virtuale, generalmente barbuto e seduto sulle nuvole a decidere delle sorti dell’umanità, perché non dovrebbe passare il delirio, ben più modesto, sobrio e quasi laico, in fondo, di un debito contratto alla nascita e all’insaputa da ogni individuo di qualunque gruppo sociale?

Tuttavia, la complicazione più severa per i teologi dell’economicismo riguarda, più che gli uomini in sé, il loro rapporto con la natura di cui sono parte.
Già nel secolo scorso, prima che l’evidenza di questa crisi strutturale del modo di produzione dominante suonasse la campana dell’ultimo giro per un capitalismo che vorrebbe ignorare gli esseri umani, ma non può fare a meno di sfruttarne la forza-lavoro, la natura stessa era, infatti, intervenuta per denunciare, dal suo punto di vista globale ed essenzialmente biologico, la fine ineluttabile di un ciclo storico in cui la crescita economica si presentava come una magia senza limiti di spazio e di tempo.
Finita l’epoca in cui si potevano facilmente guidare gli asini frustrati e acculturati al consumismo verso la carota di una felicità geneticamente modificata. Finita la mitologia umiliante dell’essere ridotto all’avere svuotato di senso, poi costretto addirittura a finire nel mondo della apparenze effimere della società dello spettacolo. L’onnipresenza della messa in scena ha finito per svelare un tale segreto di Pulcinella e il culo nudo del re è ormai alla portata anche dei ciechi.
La felicità di paccottiglia venduta da Stato e Mercato è l’OGM che comprende tutti gli altri ma è anche il primo organismo geneticamente modificato che mostra la crudele assenza di senso di ogni artificialità del vivente.
Non si tratta dunque di perdere tempo a provare scientificamente l’immoralità e neppure il rischio vitale delle mutazioni genetiche artificiali. Limitare la critica degli OGM a una questione morale o scientifica vorrebbe dire regredire a quell’oscurantismo religioso che è stato il miglior alleato di tutte le fughe in avanti dell’ultima religione venduta agli esseri umani alienati: la terribile religione della scienza.
La critica radicale dell’artificialità va fatta piuttosto in nome della salvaguardia del godimento immenso dell’autenticità della vita. Riprendendo in mano, insieme al principio di precauzione, il metodo scientifico e il principio di non contraddizione su cui si fonda tutto il processo di emancipazione e di progresso della specie particolare di scimmie cosiddette umane, si tratta di cominciare subito a usare queste conquiste della conoscenza e del libero pensiero per denunciare il conformismo embedded di specialisti coinvolti nel conflitto d’interesse più bieco con le istanze produttivistiche che dominano il mondo rendendolo infelice insieme ai suoi sempre più tristi abitanti.
Le facce degli uomini sono una prova schiacciante dello scacco di una civiltà.

Una prima chiarezza va subito fatta.
La chiara, evidente e lancinante denuncia del produttivismo non significa affatto una lode del primitivismo né il rifiuto stupidamente mistico e fobico dell’uso dell’utensile o delle tecniche, né la criminalizzazione di una produzione di beni abbondante e sufficiente per soddisfare i desideri autentici ed eventualmente quei bisogni che una cattiva gestione dei desideri e delle loro soddisfazioni tramutano spesso in carenze impellenti e vitali.
Soltanto l’abolizione alla radice del capitalismo e il suo superamento attraverso una società produttrice di valori d’uso per il benessere da parte dell’ultima classe della storia - la risorta classe della coscienza - potrà mettere fine a quest’incubo che si presenta da tempo come un incubo senza fine.
Con qualche colpo assestato sulla tastiera di un computer dalla mia volontà di vivere, ho voluto manifestare un modesto ma deciso segno della (r)esistenza individuale che si sta facendo collettiva. Il partito preso della vita, l’unico di cui mi onoro far parte senza tessere né adesioni formali poiché appartiene a tutti ma non è di nessuno, riuscirà a rompere decisamente con tutti i manicheismi per percorrere la via dialettica delle contraddizioni da assumere e da superare.
Produrre beni utili al godimento della propria vita individuale e sociale è stato da sempre il comportamento spontaneo di quell’artista naif che è l’essere umano.
Spinto dalla voglia di godere al meglio del proprio essere al mondo, un certo numero d’individui ha colto nell’armonia dei rapporti sociali non solo e non tanto un’etica conforme all’esistenza, ma il metodo migliore per praticare la teoria di una felicità pratica posta sopra tutti gli altri progetti.
Crescita e decrescita fanno dunque parte di un unico progetto di emancipazione o di alienazione definitiva. Ecco perché, in questo delicato momento, la decrescita economica è la base di ogni possibile emancipazione.
Produttivismo e antiproduttivismo sono soltanto due ideologie il cui reciproco superamento renderà onore all’unica teoria degna di questo nome: la ricerca varia e diversa di una felicità che è la sola opera d’arte di una vita quotidiana fatta di abbondanza e di dono, di sobrietà e di eccesso, di confronto e di soluzione dei problemi della libertà e di un rifiuto radicale dell’assunzione dei problemi generati da una schiavitù produttivistica imposta all’uomo naturale dall’homo œconomicus che l’ha reso schiavo.
Essere antiproduttivisti senza diventare i ridicoli mistici di un ritorno a un’inesistente purezza primigenia, significa far decrescere l’alienazione sociale, i suoi progetti demenziali e i suoi prodotti nocivi. Significa anche reinventare un nuovo ciclo produttivo di beni utili all’espansione del saper vivere, alla soddisfazione dei desideri e all’aumento della felicità. Una volta sostituita la volontà di vivere alla volontà di produrre valore economico, la creatività spingerà spontaneamente verso la motilità dell’orgasmo genitale legato alla gratuità anziché verso il business dell’accumulazione fondata sulla ritenzione anale, reiterata e bloccata, degli escrementi.
La qualità darà un senso alle scelte quantitative necessarie e non avrà più senso per un essere umano ritrovato perdere la vita a guadagnarsi un salario da spendere per sopravvivere.
Ogni micro comunità reale troverà allora nel suo stesso esistere e partecipare gioiosamente allo sforzo collettivo di felicità, il senso del suo essere locale e del suo pensarsi planetario, nuclei solidali intersoggettivi di cittadini di uno stesso mondo.
La fine degli Stati canaglia, sfruttatori delle comunità reali confiscate dalle multinazionali mafiose, permetterà al tessuto umano di riformarsi in una continuità d’intenti e di complicità reciproche, dalla casa al quartiere, dal villaggio al Comune, dalla regione alla nazione, fino alla Comune d’Europa, casa continentale comune a tutti inglobante in uno slancio internazionalista la semplice volontà di vivere coniugata dall’individuale al collettivo, dal locale al planetario.
Generalità, certo, ma che si nutrono del sangue e della passione concreta di tutti gli insorti della vita quotidiana, di tutti i secessionisti e i disertori della guerra economica pronti a dedicarsi per piacere e solidarietà a un cambiamento che renderà finalmente impossibile ogni ritorno indietro, ogni regressione alla barbarie economicista.

Non mi prendo affatto per un profeta e amerei tanto sbagliare, ma se questa socializzazione gioiosa della voglia di vivere non sfonderà al più presto le mura di cinta della società dell’alienazione in avanzata decomposizione, io vedo i macabri becchini di fascismi vecchi e nuovi tornare alla ribalta, sospinti da una peste emozionale diffusa. Vedo, come in un incubo che ritorna, gli zombi uscire dalle tombe mal chiuse della preistoria dell’umanità e riprendere il processo morboso con cui hanno sempre cercato di esorcizzare le loro fobie mettendo il coperchio della morte sulla volontà di vivere.

Autogestione generalizzata della vita quotidiana o barbarie?


Sergio Ghirardi, 1 maggio 2013