mercoledì 10 dicembre 2014

ZONE DA DIFENDERE DA TUTTE LE IDEOLOGIE



Ho ricevuto la mail seguente dall’Archimovi di Genova a cui ho risposto e che metto a disposizione della riflessione collettiva approfittandone per chiarire le mie posizioni in merito,
Saluti cari  sergio ghirardi.

carissimi*,
 mi giunge da Sergio Ghirardi la segnalazione di questi link sulla situazione greca, che trascrivo qui di seguito:
Mi arriva anche un brano di una lettera di una amica e compagna greca, inviato da Paola Pierantoni, che dà un giudizio diverso. Vi inoltro anche questo:
"In quanto alla situazione qua,
e' vero che e' successo un casino. Come era ovvio, il giorno della commemorazione di Grigoropoulos (ragazzo ucciso da un poliziotto nel 2008) c'era la manifestazione.
In piu' c'e' in corso lo sciopero della fame di Nikos Romanos (amico del ragazzo morto) che e' in prigione con l' accusa di una rapina armata ed il rapimento di un dentista (fatti ammessi da lui stesso). Questo ragazzo, che si trova in prigione gli ultimi 14 mesi, ha studiato ed ha passato l'esame di ammissione al TEI (bachelor) reparto business administration della salute. Solo che gli rifiutano il diritto allo studio perche' si considera sospetto di fuggire.
Quindi, il governo gia' sbaglia rifiutandogli il permesso agli studi.
La manifestazione e' uscita fuori controllo. Come al solito,c'erano i soliti provocatori poliziotti mischiati con i manifestanti ed hanno causato un sacco di danni. Le manifestazioni ormai si fanno per tradizione, la gente che vuole manifestare tranquillamente sa cosa succede e partecipa al mattino. Poi, continuano quelli senza cervello che causano solo danni. La polizia lo sa e si mischia. Ogni volta succedono le stesse, ma proprio le stesse cose, alle stesse zone. Nulla cambia. Sembra che ci sia una rivolta ma non succede proprio niente!
La radio "Kokkino" che ti scrivono e' una radio sinistra di Syriza e io non concordo con la loro linea.
Poi, la descrizione "la radio trasmette canzoni di Theodorakis e Tsitsanis" si riferisce solo ed esclusivamente solo alla radio di Kokkino. Ti assicuro che il resto del mondo passava la giornata con la routine quotidiana. Tutti erano preparati "oggi e' la manifestazione, non prendo la macchina, non vado in centro perche' brucieranno tutto, andiamo a prendere il cafe da un' altra parte". Questa paragone tra grecia e G8 e' fuori tema. Non centra niente.
Quello che voglio dirti e' che non e' una situazione generale, di massa che preocupa la gente. Gli unici poveracci della storia sono i comercianti e gli impiegati che hanno visto le loro proprieta' bruciate. I danni nel settore del commercio arrivano i 6 milioni. Chi paghera'? E poi con questa crisi e' una ferita se uno non puo' lavorare.
Ma purtroppo, tutto questo succede ogni volta!"

PS. Prossimamente vareremo una "lista di discussione" targata Archimovi, dove tutti potranno comunicare con tutti, che servirà  a far circolare notizie come quelle sopra riportate. Chi non desidererà partecipare potrà "scancellarsi" senza fatica. A presto!
Cari saluti

Paola De Ferrari


Sergio Ghirardi a Paola De Ferrari:

Sempre a proposito degli ultimi eventi greci, credo sia bene sottolineare che il link in francese che vi ho mandato pecca abbondantemente di trionfalismo militante che personalmente non condivido affatto. Effettivamente solo una minoranza  ristretta del paese ha manifestato per alcuni giorni ma resta il fatto che nel quartiere Exarchia di Atene qualche luogo simbolo della resistenza passata e presente è occupato e non per gli acquisti di Natale. (Qualche mese fa sono intervenuto al Politecnico già parzialmente occupato e che resta comunque il centro di una critica sociale radicale a destre e sinistre unite nella demolizione del paese). Penso che la sensibilità radicale che esiste non vada ignorata e ridotta alle azioni spettacolari che la inquinano. Ci sono già i mass media a farlo e i poliziotti travestiti da black block per invitare le pecore a restarlo, ignorando la voglia di resistenza e riportando solo le escandescenze e gli eccessi che ogni volontà d’emancipazione veicola suo malgrado. Certo bisogna criticare il sadomasochismo ereditato dalla putrefazione degli anni di piombo e che si traduce in una caricatura risibile di un’insurrezione che non avrà nulla a che fare con i fucili (se non per difesa fisica, come gli zapatisti) e tutto con la costruzione di un nuovo mondo già in atto in molte ZAD del pianeta (zone da difendere fuori dai ghetti, tra le pieghe e le rughe di un onnipresente capitalismo in decomposizione).
Certo ad attivarsi è una minoranza incerta di sopravvissuti, ma almeno non s‘inginocchia di fronte a Syriza e agli altri preti della politica spettacolare.
Quanto al commento anonimo che si è aggiunto alle informazioni di cui sopra è ottimo per dare un quadro più completo della situazione. Mi sembra il commento di un piccolo borghese di sinistra che vuole un capitalismo dal volto umano e che confonde la non-violenza - a mio avviso assolutamente necessaria - con la passività ideologica. La critica della violenza è una sacrosanta necessità strategica ma rimettersi all’ennesimo tribuno di sinistra per far viaggiare ancora qualche anno le illusioni degli spettatori-consumatori equivale ad attendere di morire prima di accorgersi che la vita stessa sta morendo sotto i colpi nichilisti del totalitarismo capitalista che avanza sul pianeta scortato dalla morte dell’ecosistema in atto.

Saluti a tutti  sergio ghirardi


lunedì 8 dicembre 2014

Lottare per un soffio di libertà perché più nessuno cada




Ecco tradotta la lettera di Nikos Romanos il giovane incarcerato insieme ad altri cinque suoi compagni per un attacco a una banca, nel 2013, tentato senza nessuna violenza a persone e in nome di una rivolta popolare antieconomicista in una Grecia esangue, vampirizzata dai mostri della finanziarizzazione e dalla Troika che li serve.
Nel dicembre 2008, Nikos aveva visto morire tra le sue braccia il suo compagno Alexis Grigoropoulos, di 15 anni come lui, per mano della violenza di una polizia di Stato oggi in gran parte infiltrata da Alba Dorata, la formazione neonazista che infesta la Grecia in subbuglio.
Condannato a una pena pesantissima mentre in Grecia, come in Italia, gli affamatori del popolo gestiscono lo Stato e i Comuni, Nikos è entrato in sciopero della fame per i suoi diritti di carcerato ignorati da un potere sadico (vedere i volti tumefatti degli arrestati dopo il tentativo di rapina).
In solidarietà con lui, proprio in questi giorni una parte della Grecia resiste al Leviatano immondo del capitalismo distruttore rioccupando tra l’altro quel Politecnico di Atene che fu il simbolo concreto della resistenza contro i Colonnelli nel 1973, mentre i mass media europei coprono di un silenzio assordante l’urlo d’insofferenza che sale dal basso della società esasperata.
Sergio Ghirardi


Gli occhi fissi sull’orizzonte, abbiamo visto quella sera numerose stelle cadere tracciando i loro percorsi caotici. E noi le abbiamo contate, ancora e ancora, abbiamo espresso desideri, calcolato le probabilità. Sapevamo che il nostro desiderio di una vita libera doveva passar sopra tutto quel che ci opprime, assassina, distrugge e perciò abbiamo fatto un salto nel vuoto, proprio come le stelle che vediamo cadere.
Da allora un numero incalcolabile di stelle è caduto, chissà se l’ora è venuta della nostra! Se noi avessimo risposta a tutto non saremmo diventati quel che ora siamo, ma dei porci egoisti che insegnerebbero alla gente come diventare dei roditori che si divorano tra loro proprio come lo stanno facendo adesso.
Almeno noi restiamo ancora fermi e ostinati come la gente della nostra specie. E tutti quelli tra noi che per il dolore hanno chiuso gli occhi e viaggiato lontano, restano con lo sguardo fisso sul cielo notturno che anche noi abbiamo guardato. E ci vedono cadere, stelle belle e brillanti. Ora tocca a noi. Noi cadiamo ora senza esitare.
Les yeux fixés sur l’horizon, nous avons vu ce soir-là de nombreuses étoiles tomber en traçant leurs propres chemins chaotiques. Et nous les avons comptées, encore et encore, fait des vœux, calculé les chances. Nous savions que notre désir pour une vie libre devait passer sur tout ce qui nous opprime, assassine, détruit, et c’est pourquoi nous avons sauté dans le vide, exactement comme les étoiles que nous voyons tomber.
D’innombrables étoiles sont tombées depuis, l’heure est peut-être venue pour la nôtre, qui sait ? Si nous avions réponse à tout nous ne serions pas devenus ce que nous sommes, mais des salopards égoïstes qui apprendraient aux gens comment devenir des rongeurs qui s’entre-dévorent ainsi qu’ils le font aujourd’hui.
Au moins, nous restons encore fermes et obstinés tels ceux de notre genre. Et tous ceux d’entre-nous qui, de douleur, ont fermé leurs yeux et voyagé loin, restent avec le regard fixé sur ce ciel nocturne que nous avons nous aussi regardé. Et ils nous voient tomber, étoiles belles et brillantes. Notre tour est venu. Nous tombons maintenant sans hésiter.

sabato 6 dicembre 2014

ATHÈNES SUR UN VOLCAN


 

DÉCEMBRE 2014


Six ans après le mois de décembre 2008, l’atmosphère est à nouveau insurrectionnelle à Athènes et ailleurs en Grèce. Tous les ingrédients sont réunis pour faire du mois de décembre 2014, peut-être, un grand moment historique. Jusqu’à quel point et à quelles conditions ?
Depuis la fin du mois de novembre, les manifestations, émeutes, actions ciblées et occupations se multiplient un peu partout en Grèce (dans le silence total des medias européens, plus que jamais des merdias à boycotter ou à bloquer et occuper). La cause principale est la situation du jeune prisonnier anarchiste de 21 ans, Nikos Romanos, qui est devenu un symbole de toutes les violences subies par la population, mais aussi du profond désir de lutter, quelle que soit la forme, et de refuser la torpeur et la résignation.

Nikos, l’ami d’Alexis Grigoropoulos, symbole des émeutes de 2008

Nikos est l’ami d’enfance d’Alexis Grigoropoulos, assassiné à l’âge de 15 ans par un policier dans le quartier d’Exarcheia à Athènes. Un quartier réputé pour ses révoltes historiques et ses nombreuses initiatives autogestionnaires et solidaires. Un quartier dans lequel la liberté, l’égalité et la fraternité ne sont pas des mots jetés à l’abandon au frontispice de monuments publics glacés de marbre. Nikos a vu son ami mourir dans ses bras le soir du 6 décembre 2008. Profondément révolté, il s’est par la suite engagé dans l’anarchisme révolutionnaire et a dévalisé une banque pour financer son groupe qualifié de terroriste par le pouvoir. Après avoir été torturé, notamment au visage, lors de son arrestation, il a finalement réussi à obtenir son bac en prison, mais se voit aujourd’hui refuser la possibilité de poursuivre ses études. C’est pourquoi, depuis le 10 novembre dernier, Nikos est en grève de la faim. Son état s’est progressivement dégradé, notamment au niveau cardiaque, malgré ses 21 ans, et il a été transféré sous haute surveillance à l’hôpital Gennimatas d’Athènes devant lequel manifestent régulièrement des milliers de personnes qui parviennent parfois à dialoguer avec lui à travers les grilles de sa fenêtre (voir la première photo de l’article connexe, dans la même rubrique). En solidarité avec Nikos, un autre prisonnier politique, Yannis Michailidis, s’est mis en grève de la faim le 17 novembre au Pirée, suivi par deux autres, Andreas Dimitris Bourzoukos et Dimitris Politis, depuis le 1er décembre. Le gouvernement grec vient de confirmer son refus de permettre à Nikos de poursuivre ses études et préfère le laisser mourir, non sans faire preuve d’ironie. Des petites phrases assassines et provocatrices qui ne font qu’augmenter la colère populaire et les nombreuses protestations des organisations anarchistes et antiautoritaires jusqu’à celles de SYRIZA, principal parti de la gauche critique, qui est annoncé vainqueur des prochains élections en Grèce. Bref, le contexte politique est particulièrement tendu, à tous points de vue.

L’Ecole Polytechnique, symbole de la chute de la dictature des Colonels

Dans cette ambiance de fin de règne, parmi d’autres initiatives solidaires, l’Ecole Polytechnique est à nouveau occupée depuis le premier décembre, 41 ans après avoir défié avec succès la Dictature des Colonels en novembre 1973, au cours d’une occupation similaire pour défendre une radio libre qui s’opposait au régime autoritaire. Les CRS suréquipés viennent d’échouer par deux fois dans leurs tentatives de nous déloger, notamment le 2 décembre au soir, à la fin d’une manifestation fleuve qui s’est terminé avec plusieurs banques dégradées ou brûlées. Parmi d’autres obstacles de circonstance, un bus a même été transformé en barricade incandescente sur l’avenue Stournari, à Exarcheia (voir les photos dans l’article connexe), et les affrontements ont duré une bonne partie de la nuit. Douze insurgés arrêtés ont été violemment frappés, au point que trois d’entre eux souffrent de fractures du crâne. L’occupation de l’Ecole Polytechnique n’a pas cédé, malgré le deversement de quantités énormes de gaz lacrymogène depuis l’extérieur, tel du napalm sur toute la zone devenue une zone à défendre. Une ZAD jumelée, ces dernières heures, avec d’autres ZAD dans le monde, notamment celles de NDDL et du Testet en France qui ont rapidement transmis leur soutien fraternel, ainsi que de nombreuses personnes et organisations de France et d’ailleurs (soutiens que j’ai tous affichés sur l’un de nos murs et annoncés en assemblée à tous les compagnons et camarades).
Ce soir-là, alors que la distribution solidaire de sérum, de mallox et de citrons battait son plein, j’ai remarqué plus de filles que jamais parmi les insurgés (voir la photo de « l’autre statue de la liberté » dans l’article connexe) et une diversité à tous les niveaux qui augure d’une ampleur et d’une radicalité sans précédent. J’ai vu et ressenti une détermination et une fraternité rarement rencontrées jusqu’ici, dans mes voyages en Grèce et ailleurs, là où l’humanité ne se résoud pas à vivre à genoux et tente, diversement, de se lever. J’ai vu la vie s’organiser autrement dès le lendemain et la chaleur des barricades se transformer en chaleur des cœurs parmi les occupants de l’Ecole Polytechnique et d’ailleurs.

Rien n’est fini, tout commence !

Car durant ces dernières heures, les lieux d’occupations se sont multipliés, rappelant le processus de décembre 2008 qui avait amené la Grèce à connaître les émeutes sans doute les plus puissantes en Europe depuis plusieurs dizaines d’années (sans toutefois parvenir à renverser un pouvoir qui s’était finalement maintenu de justesse, notamment en distillant la peur et la désinformation dans les médias). Des occupations de bâtiments publics et de groupes financiers, de chaînes de télévision et de radios, d’universités et de mairies, depuis Thessalonique jusqu’à Héraklion. Des occupations toujours plus nombreuses, ainsi commentées par Yannis Michailidis dans son dernier communiqué de gréviste de la faim, très relayé sur Internet : « c’est ce qui brise la solitude de ma cellule et me fait sourire, parce que la nuit de mardi [2 décembre], je n’étais pas prisonnier, j’étais parmi vous et je sentais la chaleur des barricades brûlantes ». Avant de conclure avec une phrase rappelant le titre du dernier livre de Raoul Vaneigem : « Rien n’est fini, tout commence ! »

Une émotion immense

Parmi les événements qui m’ont également marqué ces jours-ci, certaines assemblées de collectifs ont montré à quel point la tension est à son comble. Notamment celle de l’occupation de l’Ecole Polytechnique dans la soirée puis toute la nuit du 3 au 4 décembre. Une assemblée qui a duré plus de 9 heures, jusqu’à 5h30 du matin. Certes, quelques divergences ont justifié cette durée jusqu’au consensus finalement trouvé au petit matin et je ne rentrerai évidemment pas dans les détails de ce qui s’est dit, notamment pour ce qui est des projets en cours. Mais je peux témoigner d’une atmosphère électrique ponctuée de longs silences qui en disent long. Je peux vous dire également que le grand amphi de l’Ecole Polytechnique était, une fois de plus, plein à craquer, avec des compagnons et des camarades debout et assis un peu partout, devant des murs fraichement repeints de graffitis. Je peux vous dire que la présence du papa de Nikos Romanos, assis au milieu de la salle, avec sa chevelure longue et grise et son regard profond et digne, ne pouvait que contribuer à une émotion déjà immense, alors que son fils se rapproche chaque jour d’une mort certaine.

« Agir comme si notre propre vie était en jeu… »

Le stress et la nervosité, la gravité du moment, l’importance des enjeux, faisaient fumer presque tout le monde beaucoup plus qu’à l’habitude, au point que j’en étais presque à regretter l’irritation causée par les gazs lacrymogènes dans les rues alentours. Parmi les paroles qui ont résoné : « ce n’est plus l’heure de mettre la pression, mais de rentrer en insurrection », ou encore des appels à « agir comme si notre propre vie était en jeu, car en vérité, c’est bien le cas pour nous tous qui vivons comme des damnés, comme des esclaves, comme des lâches » ; « il faut retrouver pleinement confiance en nous-mêmes pour parvenir à redonner partout confiance aux gens et, en particulier, pour rassembler les laissés pour compte qui devraient être les premiers à descendre dans la rue, au lieu d’attendre que la libération ne vienne du ciel ». J’ai aussi parfois entendu des paroles jusqu’au boutistes que je ne préciserai pas ici, mais qui témoignent bien du ras-le-bol immense qui traverse une grande partie de la population et la conduit à tout envisager pour se libérer des tyrans du XXIème siècle.

Des tags à la mémoire de Rémi Fraisse

J’ai vu un ancien de 1973 avoir les larmes aux yeux et songer que nous vivons peut-être un autre moment historique. J’ai lu d’innombrables tags en soutien à la grève de la faim de Nikos Romanos, mais aussi à la mémoire de Rémi Fraisse, tué par le bras armé du pouvoir sur la ZAD du Testet.
Cette nuit encore, à la veille du 6 décembre très attendu, avec une grande inquiétude par les uns et avec un profond désir par les autres, le quartier d’Exarcheia est encerclé par les camions de CRS (MAT) et les voltigeurs (Delta, Dias). Plusieurs rues sont barrées. On ne peut entrer et sortir d’Exarcheia que par certaines avenues, plutôt larges et très surveillées. La situation prend des allures de guerre civile et rappelle certaines régions du monde. A l’intérieur du quartier, comme dans beaucoup d’autres coins d’Athènes, la musique résonne dans le soir qui tombe : du rock, du punk, du rap, du reggae, des vieux chants de lutte. Dans l’Ecole Polytechnique, on a même installé deux immenses enceintes du côté de l’avenue Patission et on balance ces musiques pour le plus grand bonheur des passants qui nous soutiennent et lèvent parfois le poing ou le V de la victoire tant désirée. D’autres baissent la tête et ne veulent pas y croire, ne veulent pas voir, ne veulent pas savoir, murés dans la prison d’une existence absurde et pauvre à mourir d’ennui, si ce n’est de faim.

Le spectacle d’un monde à réinventer

Ici, ça dépave, ça débat, ça écrit sur les murs et sur les corps, ça chante, ça s’organise. La fête a déjà commencé ! Certes, elle est encore modeste et incertaine, mais une nouvelle page de l’histoire des luttes est peut-être en train de s’écrire à Athènes et au-delà. Une nouvelle page qui ne pourra s’écrire qu’en sortant de chez soi, par-delà les écrans, les « j’aime » des réseaux sociaux et le spectacle d’un monde tout entier à réinventer. Une nouvelle page qui ne pourra s’écrire qu’ensemble, en se débarrassant de la peur, du pessimisme et de la résignation.
Rester assis, c’est se mettre à genoux.

Yannis Youlountas
membre de l’assemblée d’occupation de l’Ecole Polytechnique à Athènes

Yannis a également envoyé 30 photos sur la situation. Pour les voir, cliquer ici

N'hésitez pas à faire circuler. Merci de votre soutien.
http://nevivonspluscommedesesclaves.net/spip.php?article55 (texte)
http://nevivonspluscommedesesclaves.net/spip.php?article54 (photos)

venerdì 5 dicembre 2014

ENTROPIA E RIVOLUZIONE SOCIALE





Consumismo, bioeconomia e decrescita: rimettiamo i puntini sulle ‘i’
di Andrea Strozzi, IL Fatto, 5 dicembre 2014

Il concetto di “sviluppo economico” nasce il 20 gennaio 1949 con il famoso “discorso dei quattro punti”, pronunciato dal neo-presidente degli Stati Uniti d’America Truman all’atto del suo insediamento. Fino ad allora, il concetto di “sviluppo” trovava applicazione esclusivamente nei fenomeni biologici, in campo scacchistico e pochi altri ambiti. Qualche anno dopo, nel 1955, uno dei suoi consiglieri economici, Victor Lebow, decise di chiarire una volta per tutte su quali pilastri si sarebbe fondata la filosofia di ricostruzione postbellica occidentale:
“La nostra economia incredibilmente produttiva ci richiede di elevare il consumismo a nostro stile di vita, di trasformare l’acquisto e l’uso di merci in rituali, di far sì che la nostra realizzazione personale e spirituale venga ricercata nel consumismo. Abbiamo bisogno che sempre più beni vengano consumati, distrutti e rimpiazzati ad un ritmo sempre maggiore. Abbiamo bisogno di gente che mangi, beva, vesta, viva in un consumismo sempre più complicato e, di conseguenza, sempre più costoso.”
Nei miei ormai numerosi interventi su questo giornale, improntati alla promozione di quello stile di vita metaconsumistico che illustro e testimonio nel mio progetto divulgativo LLHT, ho ricevuto numerose critiche da parte di lettori che ancora oggi rivendicavano – legittimamente – il diritto di applicare alla lettera la ricetta Lebow.
Oggigiorno solo il 3% della plastica prodotta viene riciclata. Ogni giorno vengono riversati in mare cinque milioni di prodotti. Nell’Oceano Pacifico ci sono isole di rifiuti galleggianti grandi come il Texas. L’allarme climatico coinvolge ormai i vertici supremi della politica mondiale, che però lo usano come foglia di fico per nascondere le proprie legittime ambizioni espansionistiche. L’impronta ecologica mondiale è di uno virgola cinque: occorrerebbe un altro mezzo pianeta Terra per consentirci di mantenere l’attuale stile di vita. Agli Usa occorrerebbero due Americhe per sostenere il loro stile di vita, alla Cina servirebbero due Cine, al Giappone sette Giapponi, alla Germania due Germanie e mezze e a noi italiani, che non ci facciamo mai mancare niente, occorrerebbero quattro Italie e mezzo.
Il prezzo da pagare? Ve lo racconta meglio di quanto potrei fare io il primo tempo di Interstellar, l’ultimo capolavoro di Christopher Nolan: consiglio a tutti di godersi la prima ora del film, integrandola con qualche seria riflessione sul nostro imminente e probabile destino. Nella schiacciante maggioranza dei casi, l’essere umano non è mentalmente attrezzato per comprendere l’urgente gravità di un fenomeno che lo sta lentamente condannando, come il progressivo annientamento del proprio habitat: speriamo che il grande cinema dia una mano in questa presa di consapevolezza.
L’avverbio “legittimo“, che ho intenzionalmente appena usato due volte, è ineccepibile in termini legali, ma inammissibile in termini ecologici. C’è una disciplina che spiega queste cose. Affascinante ma, per la cultura dominante, pericolosissima. Proprio per questo, la bioeconomia è stata insabbiata per quarant’anni. Oggi che questa disciplina sta finalmente tornando alla luce, si stanno già prontamente adottando le contromisure: la mistificazione di tale concetto viene già infatti operata niente meno che dalla Commissione Europea, che ne stravolge la definizione originaria, banalizzandone il significato e alterandone le finalità.
Anche se a Bruxelles non lo sanno, la bioeconomia è in realtà una disciplina che, concependo ogni processo produttivo esattamente come un fenomeno naturale, sottrae la modellistica economica neoclassica al dominio culturale del determinismo matematico, affidandone invece le leggi a scienze naturali come la biologia e la fisica. Lo studio della degradazione entropica tanto dell’energia quanto della materia, imporrebbe all’attività economica umana un’immediata inversione di tendenza, per non compromettere irreversibilmente l’agibilità del nostro pianeta. La soluzione prospettata dal padre della bioeconomia, Nicholas Georgescu-Roegen, non risiede in un intervento sulle leggi che governano l’offerta, ma in una intenzionale rimodulazione globale della domanda. In altre parole: meno consumi. Che non devono essere stimolati, come predicano oggi i Templari della Crescita, bensì drasticamente inibiti. L’alternativa sarebbero cicli produttivi realmente sostenibili. Aggettivo che non significa “carini”, “verdi” e magari accompagnati da un bilancio di sostenibilità tutto colorato, ma caratterizzati da un’impronta ecologica rigorosamente inferiore a uno (risorse sistemiche assorbite inferiori alla biocapacità terrestre).
Ricette analoghe vengono oggi proposte, anche con argomentazioni diverse, da scienziati come Jeremy Rifkin o da economisti come Joseph Stiglitz, che prospettano un futuro – non troppo remoto – in cui il tempo di lavoro dovrà necessariamente subire una sostanziale contrazione, consentendo finalmente alle persone di tornare a godersi la vita e non alimentare la follia consumistica.
Parlare oggi di decrescita significa affrontare la questione in questi termini, evitando la retorica dei suoi detrattori che, quasi sempre in malafede, paventano derive neopauperistiche e un presunto ritorno alle caverne. Le soluzioni si chiamano sobrietà energetica, sobrietà consumistica, cultura del limite, esaltazione della prossimità, riappropriazione del proprio tempo, rifiuto del dogma dell’accumulo ad ogni costo, progressiva disintermediazione dal denaro.


Commento di Sergio Ghirardi:

Partecipando ormai da anni con autonomia critica al MOC (Mouvement des Objecteurs de Croissance) sono arrivato alla conclusione che la decrescita non può essere felice ma piacevole.
La differenza consiste in un approccio dialettico al problema strutturale dell'entropia ignorata dai paradigmi economicistici che dominano il mondo capitalista.
La decrescita non è un progetto sociale ma una necessità che questo progetto implica.
La felicità si costruirà durante un processo di decrescita come aumento del godimento della festa della vita per un essere sociale umano emancipato dal produttivismo alienato, alternando sobrietà ed eccessi compatibili .
Decrescita quindi ma nella rottura del paradigma capitalistico a cui sono abbarbicati tutti i servitori volontari che si credono cittadini mentre non decidono nulla della loro vita e aderiscono per ignoranza programmata agli slogan dello scientismo produttivistico.
Aiutati dalla catastrofe che avanza saremo (forse) spinti a una rivoluzione culturale radicale rimossa da mezzo secolo, il cui ritorno salverà (magari) l'umanità restante.
(Vedi la rivista Entropia in francese e, in italiano: Lettera aperta ai sopravvissuti, Nautilus Torino).


domenica 30 novembre 2014

Guy Debord, son art, son temps

Oggi sono 20 anni esatti che Guy Debord ha volontariamente lasciato questo mondo. Gli siamo tutti talmente debitori che non so immaginare che si possa mai ricambiare quanto abbiamo avuto da lui in dono, solo ci conviene approfittarne e vedere attraverso il suo sguardo quanto ha voluto sottolineare proprio prima di andarsene









lunedì 17 novembre 2014

Le Talpe (Duilio Del Prete 1969)



Le Talpe

(Duilio Del Prete 1969)
questo era considerato l'inno comontista

Inviato da Paolo: beninteso, non che lo cantassimo con la mano sul cuore, ma era considerato un testo che bene esprimeva i nostri concetti chiave

 
Stanno a spiare dietro le finestre a mezz'asta
la strada grida basta e fa di nuovo paura
e si barricano dentro la loro casa scura
ostili e inariditi benpensanti sterilizzati:
si credon sani e forti ...e invece son già morti
 
Stanno a sbirciare dietro le tendine abbrunate
tenendosi abbrancati al comò della roba:
la roba fu il compare dei loro matrimoni,
nel letto hanno accoppiato soltanto patrimoni
e i figli come i padri, prodotti d'interesse,
li aspettano morire...e adocchiano la messe.
 
Ma provate ad uscire! per imparare a vivere
da quelli che si danno per amore
da quelli che si bevono anche il cuore
rivoluzione sia, guerra alla società
 
Privi di reazioni, di dubbi, di emozioni
bevono a piene mani la vita dei gerani
e più invecchiano più rinunciano sotto i comò tarlati,
inutili e spauriti quasi quasi ti sembrano uniti
ma rieccoti la morsa... se gli tocchi la borsa.
 
Basta un vento leggero
che spirando verso il largo
li costringa a guardar fuori
dall'oblò del loro letargo
ed eccoli censori, soloni e giustizieri
a fare di domani la proprietà di ieri
e fiutare inorriditi aria di cambiamenti
e far quadrare i conti...assoldando i violenti.

Ma provate ad uscire!
per imparare a vivere da quelli che si godono l'amore
da quelli che regalano anche il cuore
rivoluzione sia e sia felicità...
cercate almeno di prendere l'ultimo treno che la vita vi dà

sabato 8 novembre 2014

Azione Umana diretta ..... noi del “sesso pazzo”



- Il sesso fra dementi non lo possiamo consentire – sentenziò il Capo. A definirlo con la sua qualifica tecnica, il Capo è il Coordinatore della struttura residenziale psichiatrica in cui lavoro. I turni di notte me li pagano ventisette euro e cinquanta. Nella mia ingenuità di operatrice alle prime armi, avevo fatto l’errore di chiedere che venisse inserito come punto all’ordine del giorno della riunione mensile d’équipe la questione dei desideri e dei bisogni sessuali delle persone ospiti qui. La risposta fu così secca e disarmante da costringere me e pochi, pochissimi, altri operatori a auto-costituirci in un gruppo clandestino, quasi carbonaro, che abbiamo battezzato “Sesso pazzo”. Sembrerebbe uno scherzo, ma non lo è. Da pochi mesi – fino a quando non lo scopriranno e mi licenzieranno – io sono un’operatrice del “sesso pazzo”. L’elemosina che mi fanno per 12 ore di lavoro consecutivo in una comunità psichiatrica ad alta soglia, se vorranno, la potranno usare per sniffarci i componenti chimici dei farmaci (devastanti, letteralmente devastanti) che somministrano ai pazienti ad ogni loro sussulto emotivo, ad ogni rivendicazione di auto-determinazione, ad ogni risveglio del dolore e dei ricordi.
Marco ha solo 22 anni. All’età di 7 anni sua madre gli ha fracassato il cranio con una spranga di ferro. Lesioni cerebrali ed una sofferenza dentro atroce, incredula, risucchiante. Espulso dalla comunità per minori cui era stato affidato al compimento della maggiore età, ce l’hanno mandato qui, a fare non si sa bene cosa. Tenerlo qui, a botte di farmaci, tv e partite a calciobalilla, la domenica il gelato sul mare, è l’unica risposta che gli offre lo Stato, la collettività. Marco non è matto. Marco ha bisogno di decidere per sé.
Letizia e Franco si vogliono bene. Sono tranquilli. Hanno circa 50 anni. A loro viene permesso di andare da soli la mattina, al bar, a prendere un caffè. Questo lo chiamano “progetto di inclusione”.
Giovanni ha perso il lavoro a 60 anni, una moglie invalida ed una figlia disabile a carico. Si è dato fuoco davanti ai Servizi sociali. L’hanno portato qui.
Il marito di Mariella scopava con un altro uomo. Lei lo ha scoperto, ha avuto una brutta depressione. Non aveva un lavoro, non aveva una casa. L’hanno mandata qui. Pillole a gogò, pasti caldi ed un letto da rifare la mattina. Loro risolvono così.
I manicomi non esistono più, ma la gestione dei corpi da parte dello Stato – in nome di una presa in carico esclusivamente clinica e mai sociale e politica – è uno schifo peggiore: è la sovra determinazione delle vite fragili. Nonostante la convivenza forzata, nonostante i farmaci e l’isolamento, qui di nascosto, sussurrando, arrossendo, scrivendocelo su bigliettini gialli, tutti ci dicono che gli manca il sesso, e che sentono forte il bisogno di calore, corpi e carezze.
Così noi del “sesso pazzo”, le operatrici a pochi spiccioli per notte, abbiamo fatto quello che le donne sanno fare da sempre. Aggirare il sistema e rispondere ai bisogni. Di nascosto, distribuiamo preservativi e vibratori, biancheria intima secondo i gusti, abbiamo allestito una stanza (dicendo che era per le urgenze notturne) lasciando un pc per chi volesse guardare video porno e masturbarsi, organizzando i turni e i cambi lenzuola per le coppie che chiedono di stare in intimità. Abbiamo portato un paziente da una sex-worker come dite voi dicendo ai responsabili che lo accompagnavamo ad un colloquio di lavoro.
La notte facciamo finta di non vedere e di non sentire. Ci chiudiamo in ufficio con le birre e le sigarette. Anche noi operatrici abbiamo vite di merda: tutte precarie, incasinate, con figli a carico, compagni depressi e genitori che invecchiano. L’infelicità corrode anche noi. “La paura mangia l’anima”, diceva qualcuno. Vorremmo non avere più paura, noi e i nostri amici qui dentro: noi non vorremmo più vivere con la paura di essere scoperti noi e perdere quei 27,50 a notte, loro vorrebbero essere liberi di scopare e desiderare come, quanto e con chi vogliono.
La lotta è la stessa: liberare i nostri corpi dalla violenza sociale ed economica perché tornino ad essere corpi desideranti. Avere vite da scegliere come le vogliamo vivere. Avere sostegni adeguati. Non negoziare i diritti. Sentirci meno soli.

ringrazio l'autrice e la fonte  http://abbattoimuri.wordpress.com/2014/11/07/sesso-pazzo/