martedì 30 agosto 2016

giovedì 4 agosto 2016

Noterelle sull'autogestione




Uno dei motivi per cui di autogestione, nella ormai lunga storia della sovversione,  molto si è parlato e scritto e molto meno si è fatta materiale esperienza, è che con questo nome, sovente si è cercato di camuffare e infiocchettare quello che, in un momento di bella lucidità, i rivoluzionari hanno smascherato come “comunismo noioso”.
Vale a dire la presa in carico da parte di ciascuno dell’onere di amministrare collettivamente l’amministrazione dell’esistente, convertendosi ciascuno in burocrate e travet dell’economia sociale. A lungo riflettendo sull’allocazione dei beni, sulle priorità della produzione, sulle corvée obbligatorie, sulla perequazione del dare e dell’avere: il tutto con un perenne sorriso sulle labbra, lieti della conquistata libertà di faticare in prima persona, cessando di delegare incombenze così triviali a degli specialisti prezzolati, come accade oggi.
Di fronte a questa prospettiva, ben prima che le circostanze imponessero una verifica materiale, i più si ritraevano all’inglese, in cuor loro augurandosi di non dover mai pervenire a una liberazione di tal fatta; mentre un gruppo meno numeroso ma anch’esso nutrito, si figurava con largo anticipo assiso in un consiglio (più simile a un consiglio di amministrazione che a un consiglio operaio) a distribuire incarichi a destra e a manca, ritagliando per sé un ruolo di “organizzatore permanente”.
D’altronde, piccole anticipazioni di queste due tendenze molti di noi le hanno potute assaporare negli esperimenti comunitari che sono stati tentati da decenni da volenterosi e fiduciosi compagni: da una parte un buon numero di oziosi quasi del tutto passivi, dall’altra un manipolo di stakanovisti dell’organizzazione, alcuni più coerenti (e che finivano per faticare per tutti), altri neppure coerenti (e che stavano seduti a capotavola a decidere per tutti, prima che qualcuno potesse decidere per loro).
La spiegazione è semplice: l’autogestione possibile e desiderabile  (e possibile in quanto desiderabile, perché masochismo e sovversione seguono percorsi inevitabilmente divergenti) è cosa ben diversa: più precisamente non ha alcunché in comune con l’amministrazione e con l’economia. Essa nasce precisamente dall’abolizione definitiva della subordinazione della vita agli imperativi economici e agli obblighi sociali.
In questo senso va chiarito una volta per tutte il concetto, introdotto dai situazionisti, di “autogestione generalizzata”, vale a dire estesa a tutti gli aspetti della vita. Si tratta di una concezione condivisibile, e assai felice, alla sola condizione che si premetta chiaramente che i soggetti dell’autogestione SONO GLI INDIVIDUI, fra loro liberamente, variamente e non necessariamente, associati.
L’autogestione quindi non è una forma di società, nella quale una volta ancora gli esseri umani sarebbero sottomessi alle necessità collettive, con  divisione del lavoro, diffusione di vecchi e nuovi specialisti, gerarchie occulte come inevitabili corollari.
Ma indica proprio ciò che il vocabolo stesso suggerisce: la gestione autonoma da parte di ciascuno dei propri affari, dei quali ognuno sarebbe unico legislatore, esecutore e giudice.
Questa visione, come già suggerito da Vaneigem più di quaranta anni fa, capovolge la funzione spettante alle assemblee: nelle quali le decisioni non si situano a valle, come frutto della discussione collettiva, ma a monte, come presa di posizione che ciascuno porta, se e quando lo ritiene opportuno, porta al cospetto di chi gli è prossimo, per informare delle sue intenzioni, e per proporre a ciascuno di dialettizzarsi, facendo conoscere a propria volta il proprio giudizio e, se del caso, ideando delle collaborazioni, dei miglioramenti, delle aggiunte, delle modifiche.
Si tratta in sostanza di capovolgere (né potrebbe essere altrimenti) il famoso slogan social-nazionale di Kennedy: non chiediamoci che cosa noi  possiamo fare per la comunità, ma chiediamoci invece se  e come la comunità può fare qualcosa per noi: non l’individuo al servizio della comunità ma la comunità al servizio dell’individuo e delle sue passioni.
L’assemblea in tal modo si convertirebbe in una contesa di passioni, tutte parimenti legittime.
Naturalmente una tale concezione presuppone  una comprensione, non solo superficialmente intellettuale, ma profondamente vissuta, della distinzione fra spazio pubblico e ambito privato.
L’uno e l’altro intesi a reciproca salvaguardia.
Perché la riedificazione del mondo e della sua civiltà, sotto forma di rete universale di comuni (che era poi il significato originario di “comunismo”) sarà forse un giorno possibile se si sarà chiarito che “il personale non è politico”, e la vita di ciascuno sarà protetta da ogni forma di ingerenza dei molti e delle loro pretese; questo traguardo potrà essere raggiunto unicamente se avremo compreso come l’idea della comune sia una grande idea politica, ma la comune nella sua esistenza materiale, (in quanto superamento e negazione tanto della famiglia, quanto dell’azienda, dell’atelier), è integralmente inerente all’ambito privato.
Sarà forse inutile farlo, ma, per concludere, vogliamo prudenzialmente precisare che, ad ogni livello, dal momento che la nostra non può che essere, contro la società di massa, la rivoluzione della qualità, è esclusa e inconcepibile qualsiasi conta delle opinioni, qualsiasi divisione delle persone in maggioranza e minoranza, qualsiasi subordinazione della minoranza alla maggioranza, e parallelamente della massa agli specialisti, agli scienziati, ai competenti, ai meritevoli.
Per fare un esempio volutamente casereccio, perché l’autogestione si colloca precisamente a questo livello, se di dieci persone, sei preferiscono la pastasciutta e quattro il risotto,  la soluzione non sarà mai imporre la pastasciutta ai fautori del risotto, e neppure di preparare sei giorni la pastasciutta e quattro il risotto. Ma che gli uni si prepareranno la pastasciutta e gli altri il risotto, al massimo sforzandosi di sedurre con il profumo e le attrattive dei propri piatti gli appartenenti all’altro gruppo.
Infatti, quanto di inevitabilmente meccanicista può sopravvivere in argomentazioni come quelle sopra esposte, non potrebbe che evaporare se tali questioni venissero affrontate con una vivace sensibilità fourierista, fondata su un’attenzione acuta per l’equilibrio e l’armonia nell’azione degli individui, sempre cosciente dell’altrui presenza e sempre intenzionata a non rischiare collisioni con il libero dispiegarsi delle passioni altrui.
In poche parole, l’autogestione è possibile e verosimile alla sola condizione che essa preveda un tale grado di autonomia del singolo, da rendere superflua ogni attenzione alla protezione della propria sfera privata, vissuta come un indiscusso a priori, e consentendo perciò di dedicare tutte le energie alla ricerca di un’efficace piacevolezza e qualità delle relazioni.
Paolo Ranieri 4 agosto 2016